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Il fiore della poesia boliviana d’oggi

Traduttore e studioso della poesia, tra le altre, sudamericana, Emilio Coco ci ha permesso di conoscere ormai da qualche decennio un versante lirico-geografico di tutto interesse, non facilmente reperibile, se non per autori d’età come Eduardo Mitre (1943), di cui, pur da editori non di grido, sono uscite in Italia alcune raccolte.

Ispanista, dunque, Emilio Coco ha curato antologie di poeti messicani, colombiani, di paesi vari dell’ America Latina. I quali da un lato confermano alcune caratteristiche della poesia in lingua spagnola del Novecento, dall’altro rilevano particolarità e scartamenti sia nella adesione per così dire alle coordinate esistenziali (una per tutte: l’endiadi vita-morte estesa ai sentimenti, il risarcimento o lo scacco della memoria), o nell’accostarsi al paesaggio o alla polis in metafora, sia nell’apertura a tratti maggiormente sperimentali sottolineati peraltro da scelte linguistiche tendenti all’ironia.

Così mi sembra si verifichi nei testi dei poeti antologizzati in Il fiore della poesia boliviana d’oggi edita recentemente da Fermenti: Norah Zapata Prill (1946), Gary Dahler (1956), María Soledad Quiroga (1957), Vilma Tapia Anaya (1960), Benjamin Chávez (1971, Oscar Gutiérrez Peña (1971), Gabriel Chávez Casazola (1972), Monica Velásquez Guzmán (1972), Paura Rodríguez Leytón (1973), Eduardo Mitre. Le mie parole vanno intese “a largo raggio”, ché da ciascuno di questi autori, ognuno per sé, esce una poesia singolare e non riducibile in schemi, una poesia che si tende interrogativa e si estende tale anche nella dimensione quotidiana. Qualche esempio.

Rodríguez Leytón: «Privilegio / di ammirare / le stelle / e sfogliarle / come dalie secche / in un ballo diffuso.»

Zapata Prill: «Non emergere / Non galleggiare / Non ti riscattino / Non ti identifichino / Non ti nominino uno in più fra tanti altri uni / Lascia all’umana farsa decifrare le sue maschere / Non ti nominino.»

Tapia Anaya: «Bevevamo / era la notte / avevano lucentezza le parole le nostre labbra / I ragazzi ci chiedevano / di chi eravamo innamorate / Con il sorriso diafano / inumidito dal vino del rubino / e della rosa / la mia amica disse: / di Dio».

Chávez: «Il mondo è così grande - ti dico / e oggi / / tutte le nostre strade passano da qui. / Sai che sono venuto a cercarti / - abbi pietà - / la mia nave non è più quella di prima / salvati!».

Gutiérrez Peña: «In qualche angolo della mia anima continua a piangere / inconsolabile / il bambino che sono stato. // Quello a cui mentirono / che al suo terzo compleanno / sarebbe tornata la madre. // Giuro che ci sono notti / in cui ancora ascolto il suo pianto.»

Gary Dahler: «Per questo ti scrivo (in Lettera al Padre, ndr) / per rivelarti che a poco a poco / sto pulendo dall’immondizia / la nostra casa / vediamo se così un giorno / - penso anche al giardino / e ai semi che hai seminato - / dovrà essere pronta / agghindata e splendida / col suo tappeto persiano / e la sua camera da letto limpida / dove l’incenso arda bello / e le rose si aprano rosse / aspettando il tuo ritorno / illuminato - lo so bene - / dalla bella disposizione / che prenderanno tutte le nostre cose.»

Quiroga: «Si affaccia / alle intemperie / al profilo di felci / al torrente del bosco / e alle squame / timido / si avventura / nel vento / che tutto mischia e confonde / ed è felice argonauta».

Velásquez Guzmán: «La mano che scriveva / che a volte distribuiva foglietti / voleva un figlio perché non le restava tempo, / graffiò il nulla tra le domande / spinse la spalla amata dicendo corri, / fu ignorata dagli amici / nei corridoi dell’orrore, / quella che ammanettata cura l’altra, le dà affetto / quella che sfogliava le dita per contare i mesi / è ingabbiata. / Rotta di me / aspettando il suo corpo / in fondo al mare.»

Chávez Casazola: «È meraviglioso essere arrivato al punto / in cui non è più necessario cercare la ragione della tua vita / l’amore della tua vita / Il nord (e il sud) della tua vita / perché hai trovato già tutte quelle cose / o essere ti hanno trovato / e adesso puoi chiamarle, quasi familiarmente, / con un sostantivo, / sia questo il nome di qualcuno / - qui puoi mettere quello che desideri - / o di qualcosa di misterioso, come la poesia. // E, tuttavia, la cosa più meravigliosa di tutto questo / è che devi continuare a cercare, / cercare / percé tutte le cose e gli esseri / che s’incontrano / così come arrivano si allontanano. // Persino la poesia, a volte. / Questa sconosciuta.»

Sconosciuta, in traslazione, nel nostro Paese e in Europa – i meccanismi, le esclusioni, le preferenze editoriali sono tanto noti quanto inamovibili –, ché in Bolivia la realtà poetica appare non isolata, anzi diffusa e di livello. Scrive Coco: «Com’è vista la poesia boliviana da fuori, dalla nostra Europa, dall’Italia in particolare? Diciamo che quasi non è vista o che non la si vede proprio, nonostante abbia una ricca e feconda tradizione poetica.» (Introduzione: La poesia boliviana, la grande sconosciuta).

Che l’autore e un editore indipendente (Fermenti), entrambi attenti a far emergere il sommerso, ci consegnino, ma in assaggio, una realtà viva, non statica, in itinere quanto a presenze e a risultati, è operazione culturale da rimarcare, un silenzio negato che porta oltre: «Offriva il suo silenzio / come un bicchiere d’acqua. / E bevendolo / si rinfrescavano le parole.» (Eduardo Mitre).

Recensione
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