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Il fruscio secco della luce

Perché tre critici (un prefatore e due postfatori)?, mi sono chiesta entrando nel paratesto de Il fruscio secco della luce. Se Marco Di Pasquale voleva rassicurazioni sul suo libro (in edizione riveduta e ampliata rispetto alla prima del 2009 con lo stesso titolo), direi che esse gli possono venire dalle sue stesse poesie.

Si snodano – metrica lineare, versi punteggiati solo per brevi pause, lontana la liricità (non a caso «le muse hanno fatto i bagagli»!), fatta agire a buon motivo solo in clausola, narrazione sinaptica, metafore postate su elementi della natura e del viaggio, sinestesie, analogie, anastrofe ed altre figure retoriche – alla ricerca di appigli nelle rientranze di un arrovellarsi dentro schedature e disidratazioni quotidiane, da cui emerge una proiezione verso il cielo come tale, schermato talora da (o a specchio di un) “fruscio secco della luce”.

Da un lato ciò che passa (o è andato: metafisico o reale che sia, il tempo e l’amore per esempio; gli affetti e un proprio essere ed esserci; le vicinanze e un “comune” sentire), dall’altro ciò che resta (la sensazione e il pensiero) o ciò che inizia anche grazie ad una luce, pur secca, vagamente intravista, percepita quasi sulla pelle, o intravista su un desiderio non dismesso o grazie a una sodale, più o meno visibile, “ginestra”, una condivisione di status.

Sono le cose della vita a ben vedere, nel chiasso – appena accennato – di un contesto a dir poco irrimediabile nella sua misura (cfr. la sezione “Metrica della storia”), non consolatorio. Un tirarsi indietro (“Rifiuto della lotta”), uno stare con il proprio dolore e con un risentimento triste più che astioso, in un tempo di vuoti, di assenze comitali, di un presente negato ad ogni futuro. (Richiamo qui, alla lontana, l’ “essere senza tempo” fusariano).

In questo trovarsi «senza sete» (e senza rete, come può essere l’eterno oggi, essenza del “futuro” di Marc Augé), in che cosa rintracciare il “fruscio della luce”, in che cosa tracciarlo? Perché si può avere rinunciato alla storia, ma non si può rinunciare a farne parte: un assunto dei poeti della generazione di Marco Di Pasquale.

“fruscio della luce”…in una qualche memoria, una qualche vivencia dal nervo scoperto, nella materia corporale che accoglie, unica superstite di perdite. O nella riproposta- scoperta, un assalto quasi, della natura – a sé stante nella sua bellezza (e subito metaforizzata, però, al proprio palo, ad un gelido redivivo Islandese: «è un agile muoversi / da tutti i cardini delle terre / incontrare il frutto di luna / che semina la pianura / schiudere il mare espandendo / fino ai superstiti ghiacci») –. “fruscio della luce”, in «un cuore di martello»? O nell’amore? Nell’amore, forse, nelle sue sfaccettature relazionali: così come si potrebbe desumere dall’“Epilogo”. Che appare quasi un’invocazione (musicale, et pour cause, l’andamento tra decasillabi, endecasillabi, ottonari, …), un’esigenza: «vieni, massaggiami il respiro / allestiamo la pace, senza resa / senza grumi di nuvole a fermentare / i rimorsi già bollenti // aspettami, con orgoglio immacolato / a piedi nudi e mani indifese / alle ferite del vento, / vengo a capire se ancora luce c’è / per spiegare un abbraccio». Che appare, meglio e più, l’ansia di un’attesa: chissà se ci sarà corresponsione, quale sarà.

Recensione
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