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Il mondo come un clamoroso errore

Il dolore del (e nel) mondo non si finirà mai di dirlo, dopo averlo rintracciato perché visto, in alcune storie in cui, per insipienza e per disinteresse di chi il mondo abita, il dolore sembra accanirsi o sembra essersi incarnato. Pino se ne va, il monaco si uccide, le operaie vanno al lavoro in bicicletta, la postina meridionale lavora in una Parma che nulla sa di lei, l’operaio brucia nel suo posto di lavoro e altri: gli agonisti degli sbagli del mondo, il cui clamore, tuttavia, resta, pur contemplato, inascoltato, inutile come l’usato cui ricorrono poveri e snob. (Al mercatino dell’usato)

Paolo Polvani, nello stilema della sua cifra narrativa già emergente dalle precedenti raccolte, si cala sotto quel clamore e ne rivela il rovescio. Ne svela il silenzio, cioè, che copre le perdite (anche in senso figurato) di vite umane, colpite a tratti da un raggio di sole per le quali, però, è subito sera. Perché l’essenziale è che vinca la Giuve (la moda degli anglismi pervade la società attuale e il poeta la registra da poeta), che il calcio (metafora del vivere odierno), lo spettacolo continui. Che nulla si fermi. Che nulla fermi la produzione, le vendite, ciclo che, nonostante le anime stanche, termina sul mercato.

«Tutto questo parlare di calcio/ per non parlare d’altro / – tutto questo per non guardare / l’essenziale del mondo (…)» (Purché vinca la Giuve), quell’essenziale (la sostanza umana, dei rapporti e dei rapporti di lavoro, della intermediazione e della comunicabilità sentimentale, dello stare insieme versus la solitudine a baratro, dello sguardo che vede e non che guarda senza vedere ecc.) sono il fulcro del pensiero di Paolo Polvani: mente e cuore rivolti a chi non ha in termini materiali (ma non materialistici) e in termini sentimentali, gli operai, i migranti, Aziz – ingegnere al suo Paese, in Italia lavavetri agli incroci (Buongiorno) –, e tutti quelli che fingono di non conoscere la condizione degli altri né desiderano conoscerla.

Ne Il mondo come un clamoroso errore si dipana, al fondo, la poetica della possibilità inespressa e affidata al suo contrario, alla negazione evidente nelle vite dei poveri cristi che arrancano la giornata. I poveri senza riscontri concreti e i ricchi (o i borghesi) poveri di partecipazione – al di fuori di un cordoglio di maniera alla fine risultante “nuvola”, cioè vuoto – di comprensione, di effettivo darsi.

La poesia non vuole moralismi né domande interposte alle sue domande, ma… Tutto senza speranza, allora? Benché sia difficile intravvedere spiragli di uscita dalla condizione di minorità (nei due sensi: materiale e spirituale), Paolo Polvani lascia aperto l’interrogativo su di coloro che sfidano la storia, propria e con la esse maiuscola, con la resistenza ai colpi della vita e nella assunzione di autonomia

Nella e con la loro umanità. Direi la nostra umanità: privata, oggi, di futuro e di illusioni essa sembra suggerirci che il mondo persisterà nel suo errore. Nonostante Laura, la postina, con il suo sorriso-bandiera (Il tuo sorriso è una bandiera)?

Recensione
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