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Il paese nascosto

Una pagina a caso, così sempre il mio approccio con un libro (di poesia, di narrativa, di saggistica, d’arte, di varia umanità, di qualsivoglia genere, giallo escluso!), e la pagina si rivela e svela un (a volte il) nucleo del libro. Come questa poesia di Il paese nascosto (p. 75) di Luca Nicoletti: «Unire i puntini, mettere in relazione / due cose distanti più di quattro universi. / Non è solo la specifica azione / della poesia, bensì la rivoluzione / che assedia il Palazzo del Tempo, / il movimento contro-verso che risale / il fiume, fino alla scaturigine sospesa / il punto di partenza della dispersione.»

Necessità di trovare la radice primigenia di sé, del mondo, delle cose con il pieno intrinseco, precipuo, di questi tre contenitori: la memoria e la frammentazione, la non rispondenza tra desiderio e fattualità, l’investimento soggettivo e la risposta in guadagno o in perdita, spesso in perdita.

In più, le perdite immedicabili: la madre, mai dimenticata dal poeta, in vita mai dimentica di Luca Nicoletti, il tempo, kronos e kairos, le occasioni, i segni del vissuto. E, altre presenze, quelle determinanti la vitalità della esistenza di ognuno: il fare e il farsi e le conoscenze, gli incontri e le stagioni, e la sensitività che permette di traghettare lievemente il succo di un tutto in poesia per portarlo a consapevolezza enucleata.

Vale qui, oltre la levità discorsiva appartenuta, per esempio, a Sereni (a p. 56 un omaggio diretto nel primo verso «Potrei essere in un posto di vacanza»), la scelta stilistica, ogni volta la distinzione dei momenti tramite una punteggiatura che li fa iniziare (la maiuscola per ogni testo), li scandisce, li sottolinea, li isola (in parentesi), li spazia in sospensione, e li ricompone alla fine ponendo il punto.

La poesia entra (anzi esce) in questo modo nelle (dalle) pieghe del corpo e dell’anima, si fa insieme mente e cuore a dire un sentimento per una sensazione, un concetto per un sentire, una figura per un ricordo, una persona, l’intorno amicale, una situazione per il presente. A dire, in sostanza il paese nascosto mai scordato e vivo pur nella sua non epifania.

Paese nascosto dentro un paese visibile: per esempio la Valconca (San Giovanni in Marignano, Riccione), la Romagna in cui Nicoletti è nato, cresciuto e abita, Firenze (forse gli studi, le amicizie), Bologna (Via Zandonai), l’Adriatico che lo ha incontrato donandosi favoloso nell’illimite e incuneando nell’intimo del poeta i suoi spazi come attraversabili e, poi dopo molto, sempre recuperabili al ricordo o ad uno struggimento senza pianto per quel finire «nella rete /…di maschere invischiate / nella perdurante opera / di distruzione capillare» (p. 54).

A questo punto, sembra che Il Paese reale (con tutte le sue implicazioni metaforiche e metafisiche, l’alone risucchiato dal fondo contornato di fabula e di mito) della prima luce nel mondo sia il Paese divenuto nascosto e ricatturabile con la poesia nella visuale anche esterna, nella relazione con gli altri (la Madre, in primis, gli amici, una umanità non nominata, un viso sconosciuto, il Parco della Resistenza, una voce, un richiamo) in una «dimensione civile della parola» (Giancarlo Pontiggia): tenue, in sordina, ma riconoscibile tale dimensione e bisognosa, forse, di una nuova legge (p. 64), di un nuovo gradino da cui ripartire…sempre avendo dentro, a fianco, per mano, prossimo al proprio sé il paese nascosto del nostro contento, del senso del sacro che ci sprigiona dalla quotidianità.

Recensione
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