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La chiave di cioccolata

Dalla sua esperienza, di decenni e tuttora in corso, di educatrice e responsabile di area pedagogica presso le carceri, Enrichetta Vilella fa nascere le vite de La chiave di cioccolata. Anna, Susi, Carla, Raina, Monica, Josephine, …: non sono raccontate dall’esterno. Le fa parlare con la loro lingua, il loro essere-stare-abitare nella prigione per scontare la pena.

L’autrice, infatti, non narra. Assume di volta in volta la veste delle recluse, il loro sentirsi sospese o immerse nella detenzione, dentro un lavoro (anche inservibile come coltivare fiori in vasi tuttavia da spostare quando quello spazio servirà ad altro), dentro lo studio, a contatto con il personale, con le compagne di cella, il loro cogliersi estranee alle pareti che le contengono e però consapevoli che la libertà da raggiungere richiede la loro compromissione e che la chiave di cioccolata, quella chiave che girata nella serratura si disfa nelle mani, impedisce l’aprirsi della porta verso l’esterno.

Chiave inservibile ma, pure, una chiave di desiderio, di dolce possibilità, di probabile uscita prima o poi, percepita come autonomia alla fine e non solo come risarcimento dovuto. Uscita al calore del fuori e, magari, per il calore acquisito durante una permanenza prigioniera utilizzata al meglio: istruzione, attività lavorativa, colloqui con il personale che sa ascoltare (gli psicologi, gli educatori, il sacerdote, i poliziotti, i professori e gli insegnanti di un lavoro).

E chiave-metafora di una pena che redime in senso dostojevskiano, o da personaggio di Tolstoj (Katiuša Maslova di Resurrezione, per esempio), o in senso cristiano, di Cristo, per chi ha fede. Una chiave che, quando sarà reale, accende la paura della luce esterna: “adesso tocca a me”.

Partendo dalla cornice leggermente letteraria di una nonna che, trent’anni dopo, parla di vite e avvenimenti, legge pagine di diario delle prigioniere ai nipoti qua e là stupiti (“…ma, davvero, erano così le cose?”), sono preminenti e a tutto tondo le vite vissute, mentre vive sottaciuto l’interrogativo se le cose nei luoghi e spazi di reclusione possano cambiare, siano cambiate, cambieranno nella diversa scansione delle giornate e delle attività e della vita da vivere a sconto del reato commesso. Se il cambiamento, cioè, possa riguardare le sofferenze, i desideri, le costrizioni, gli intendimenti, i propositi, la quotidianità tra pareti persino trasparenti tanta è la proiezione delle detenute nel loro immaginario, certe loro nostalgie, alcune pungenze d’affetto e di sottrazione di relazioni con il mondo esterno.

Appese a volte alla speranza, a volte non avvertono implicazioni future, non lo prefigurano perché concentrate nel presente. Dalla scrittura escono allucinazioni, stati sentimentali in cui nulla è vero e tutto è vero, o nulla è falso essendo tutto falso come nei sogni, nei dormiveglia, nel momento in cui i pensamenti vanno e vengono in flussi incontrollati. Enrichetta Vilella muove la lingua nei pensieri, nei concetti, nel sentire, nell’animo di queste donne. Le fa agire senza intromettere il proprio sé di scrittrice, ma inserendo il suo sentire di donna e di operatrice in quella struttura.

Sulla quale, Anna, la nonna che fa vivere indirettamente le protagoniste, esprime voti di mutamenti che le portino a liberarsi dei pesi accumulati fuori e, per converso o per altro verso, dentro le carceri. Che portino chi lì lavora, per scelta, a ritenere le sue giornate non inutili.

Ad un certo punto de La chiave di cioccolata viene ricordata Ada Mc Grath, la protagonista del film Lezioni di piano (1993) di Jane Campion: dalla sottomissione all’autonomia, dal dolore alla consapevolezza, alla scelta della propria vita. Perché questo richiamo? Pagata la vita come si paga nel carcere (anche strutturalmente dei migliori), la chiave di cioccolata gira attorno alla consapevolezza come ri-nascita, nascita a sé: questa la (o una, ma la principale a mio parere) chiave del carcere alle spalle. Così nella scrittura di Enrichetta Vilella. Così nella mia lettura.

Recensione
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