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La vita che non muore

Dopo Il riso dell’angelo e L’isola delle crisalidi, ecco il nuovo romanzo di Marco Tabellione. Il titolo (La vita che non muore) è cadenzato, e sembra una costante – richiamo ad esempio, oltre alla narrativa, i titoli delle raccolte poetiche Gli uni e gli altri bui, In Canti, L’alba e l’ala, Tra cielo e mare, L’eternità dell’acqua, dei saggi La cura dell’attimo, Il canto silenzioso –, sul versante della risonanza interiore, intima, profonda, rilasciata in metafora con estensioni varie, per prime analogiche.

Nell’ultima pubblicazione, lo scrittore e poeta abruzzese (vincitore per la poesia dei premi, tra tanti importanti, “Sandro Penna”, dell’“Associazione degli Editori Abruzzesi”, “Maiella”), fa, della musica, il personaggio indiscutibile, la presenza che salva.

Sarà lei a non morire: musa e compagna giornaliera del protagonista, un musicista proiettato sulla composizione di una sinfonia che dovrà restare per sé e per gli altri; di riflesso, musica-agonista pur indiretta di (in) altri personaggi; musica-risolutrice, alla fine, di angosce esistenziali e reali di Stefano e delle persone che lo attorniano.

La musica: vita che non muore e vita dentro gli animi-corpi, il soffio che salva, che prevale sulla drammaticità del vivere, sulla proditorietà degli eventi giunti a spezzare i sogni, le ambizioni, le certezze, la quiete, la serenità di uno spirito teso e concentrato sulla sinfonia da mettere in note, tanto da dimenticare o scordare, quasi, i giorni da vivere nella loro dinamica.

La musica, ecco, l’arte dunque: è lei che accoglie, che non respinge, che può farsi culla di nodi e spinta a fuoruscirne, capacità di assorbire scorni e restituire valenze di vita, ossia ridare nella sua interezza la vita che non muore. A livello individuale, ma forse anche sociale: l’astrazione dalla necessità del suo succo.

Una materia difficile, tenuta su un registro di fine sentire, in cui i sentimenti appunto, le sensazioni, le emozioni prevalgono sui fatti (un divorzio, un incidente, il mistero di un essere sconosciuto, di una manifestazione misteriosa), nel senso che i fatti vengono scremati fino all’eco innervata dentro i protagonisti. I quali si muovono, agiscono, parlano, amano, sono vicini e lontani, si distaccano, si riavvicinano.

Anime in pena, tuttavia, in cerca di qualche appiglio nemmeno chiaro al loro sé, impigliate nel fare i conti di continuo con le perdite e le disillusioni, la precarietà dei trasporti, pur sinceri, del cuore, i tentativi verso una vicinanza amicale o amorosa non corrisposta o non accettata, non accolta e dai contorni indefiniti, non afferrabili.

Materia difficile, che cattura dall’inizio alla fine alla ricerca, così a me lettrice, del punto di confluenza tra attesa e scioglimento della sospensione, calata da Marco Tabellione in un linguaggio contenente in sé il sublime dell’aspirazione e il terreno della realtà, un amalgama in cui l’uno e l’altro aspetto escono con la forza di una scrittura depurata di sovra e sotto esposizioni.

Recensione
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