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Lengh’ r’ terr’ - Lingua di terra

“Assaggiati” estratti dalle poesie, nel suo dialetto di Muro Lucano, di Salvatore Pagliuca in Poeti di Periferie (2009) di Achille Serrao e in Poeti delle Altre lingue (2011) di Pietro Civitareale, ne avevo còlto una ferma duttilità linguistica.

Ritrovo tale caratteristica in Lengh’ r’ terr’ - Lingua di terra, ricca antologia di testi dalle uscite precedenti (l’esordio del 1993, Coktél; un canzoniere di ricognizione passo per passo della sua terra, ma, direi, della terra senza possessivi, Orto botanico, del 1997; Cor scantàt - Stupido cuore spaventato, fibrillato diario d’amore del 2008; Pizzini, dello stesso anno, preziosi frammenti di sapore classico, come ritrovamenti occasionali assurti ad epigrafe testimoniale; il poemetto teatrale del 2010, Pret ianch - Pietre bianche, narrazione a due voci in figura storica a tre dimensioni o sfaccettature) cui si aggiungono cinque inediti.

Flessibilità linguistica: non diffusa in tanti o non di tutti i poeti in dialetto dell’Italia – a parte qualche romagnolo di una generazione precedente a quella di Pagliuca, Tolmino Baldassari, per esempio, in alcune raccolte –. Nel nostro autore, infatti e a mio parere, l’asciuttezza del dialetto si innesta nello sguardo tenero, o, viceversa, l’inclinazione interiore dell’esteriore si declina dentro un dialetto di sonore e sorde scivolate dalle e sulle gutturali, di vocali aperte e chiuse agglomerate nella stessa parola o in parole vicine. (rivogghj, figlian rr’ stegghj, funtanegghj, uocchj, scuntaj, azziecch’ rummènich, paglj’ intr’ a nu fuoss, scravòglj, chiangiulòs, pressiona vascj: estrapolazione ridottissima a fronte della esponenzialità testuale.)

Così, se la memoria e la vita vera vissuta in pienezza affettiva e amicale (e i loro scherzi diversamente musicali) potrebbero dare un risvolto melico (e nulla di riprovevole, almeno per me, se ciò fosse), l’alterno solfeggio verbo-alfabetico, appunto, tempera il verso restituendolo nella sua tonalità media in cui sensitività e racconto si compenetrano: gli iati si elidono pur producendo “alti” e “bassi” mai aspri o disarmonici.

La varietà dei suoni rivela la varietà degli incontri situazionali e dei riscontri: il paese e il suo contrario, le fioriture sentimentali, le radici e il soggettivo consistere d’oggi, la notazione sull’esistenza e la rimessa, nel circolo quotidiano, delle piante e degli arbusti, nominati in latino, detti in dialetto, ridetti in traduzione, sottolineati nel loro essere stati o essere motivo di altro, ricordo o memoria o illuminazione che sia.

Si liberano, in questa varietà, il presente e il futuro, la terra e l’umanità.

E un passato di tutta resa poetica (se poesia è, come è, apertura a...) in una triangolazione discendenziale o ascendente (in una prospettiva per di più intersecantesi): del padre, giovane soldato nella seconda guerra mondiale, catturato in Grecia, a Petrochori, e di lì, attraverso Belgrado, Bratislava, Auschwitz, finito prigioniero in Germania; del figlio (il poeta), bambino, che, oggi, sulle tracce del genitore, lo rivive in concavità e rifrazione; del genitore, attuale, cioè lui – Salvatore Pagliuca in prima persona –, richiesto dal grande di poter indossare la sua camicia.

Sono tutte “pietre bianche”, solidità non rinunciata, forza trasformata in energia, riafferrata e sostenuta dal dialetto. Il nucleo dei giorni agiti si concentra in questa lingua mai dispersa, tenuta come radice su cui si cresce ancora e con cui ci si nutre

A fronte della scomparsa, più o meno avvenuta o paventata, più o meno indotta e subita, cercata sans cesse dai più nelle pratiche di vita, la “cosa” vita e il dialetto che la esprime per contenerla, sono vivi. Più che mai.
Recensione
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