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L’eternità dell’acqua

Risiede nell’acqua l’origine della terra e della vita: e l’acqua è, eterna. Il titolo della raccolta di Marco Tabellione ribadisce tale eternità, calata nell’intero corpo poetico e sviluppata, peraltro nel legame uomo-natura, dato come assoluto e, quindi, non da cercare ma da confermare nell’armonia che lo determina e lo contiene.

Va da sé, allora, la sacralità della vita e il richiamo del poeta al vivere degli uomini, “anelli di una stessa catena”, ogni volta nati con il mondo (e l’universo tutto): “Potessero gli uomini tutti / scorrere placidi come fiumi / come il cielo che spiuma azzurri”.

Un desiderio versato in altri luoghi: per i bambini di Beslan, per il figlio Fabrizio (“che vita avrà”?). E, anche, per l’amico Piernicola non più accanto, perché la morte è, sì, pronta a separare, ma l’anima-spirito (amore, amicizia, affetto, l’insieme dei giorni nell’insieme di intenti e di passi e di valori) non muore e, viatico per chi resta, fluisce, perché era passata come corrente nutritiva tra i due o i tre o i molti, dall’uno all’altro, per cui continua la strada dell’ectoplasma insito nel vivere stesso o nella stessa esistenza pur materiale. Riducendo al nucleo, ecco: “Niente… / E usciamo per provarci / È vita, è sale, è salto / È attimo / È acqua

Ma da quale testo escono questi pensieri, questo abbraccio del mondo “già nel nostro petto”, questa “armonia con le cose e il cosmo”? L’analisi meriterebbe molto più che qualche nota portata a evidenza.

Fin dall’inizio del libro, da quel “io / Dio / D’io” su tre versi, una epigrafe essenziale quanto inquietante e enigmatica, Marco Tabellione adopera metri differenti e, nemmeno a dirlo, ritmi differenti, sottolineati da titoli e sottotitoli e scansioni, di versi e di sezioni, dall’uso del neretto o del corsivo, distanziando spesso le parole all’interno della poesia, sì che mentre il pensiero sembra rarefarsi si concentra, invece, sospendendo per attimi il rilascio del significato. Nel caso, dunque, il frammento, la particolarità grafica, vanno a comporre la totalità.

Nella resa poetica, il limite del frammento viene riassorbito non appena tale lacerto si allaccia al frammento o alla distesa verità della parola successiva. Io e gli altri, gli altri e tutti, tutti e il mondo, il mondo e l’universo: “eppure viviamo come pianeti divisi da galassie”. E allora? Il “potessero” ottativo ad apertura di L’eternità dell’acqua si fa propedeutico di un intero percorso, nel quale non la mancanza prevale ma l’evocazione della presenza: la comunione d’intenti e di passi, la sola che può dare all’acqua (e dirne) l’eternità.

Recensione
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