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L’indelebile ricordo

Nella pagina introduttiva a L’indelebile ricordo Monique Gabellini avverte che si inoltrerà nel «lontano passato e anche un po’ più indietro, nell’arcano regno delle origini familiari» per volersene liberare e liberare figli e nipoti, dall’ascolto delle sue parole. Se le parole potevano, per lei, essere un peso, quelle scritte sono leggere: preservano i nonni, i genitori, i parenti, i vicini, gli amici, altri, la sua riconoscenza infinita, i luoghi, le traversie esistenziali e storiche, feriali o di ambito civile, i ritorni. Microstoria nella Storia, non di rado. E trama sottile della consapevolezza sviluppata da piccola fino ai venti anni, fino cioè all’inizio degli anni Cinquanta: scoperte, incontri, scontri allargano l’anima e la mente e vanno a costituire la fibra della personalità.

Un filo percorre L’indelebile ricordo, quello dell’amore per la conoscenza: l’una non si dà senza amore, per cui il viaggio, anche là dove incorrono dolori e perdite, risulta viaggio di un vissuto amato, ieri e oggi, nell’intensità della immersione nelle vicende e negli spostamenti da una ad altra realtà, ognuna con sue particolarità umane e di circostanza: Nizza (qui la narratrice è nata nel 1930) sconfinata sul mare; la guerra e il rifugio a Sompiano (frazione di Lamoli, sotto la Massa Trabaria in provincia di Pesaro e Urbino), quattro case, lavoro dei campi e nei boschi, persone ricche di solidarietà e di silenzi, spazi tra monti e colline e il cielo immenso sopra, il fiume, gli animali mai visti prima, le letture; Medicina, la deportazione a opera dei tedeschi, in locali di freddo e di paura; i disastri; Urbino, inospitale nell’impatto, fatta propria e quindi ariosa; Nizza e Parigi, vacanze luminose nel “dopotutto” della Storia tragica.

Monique, bambina poi adolescente e giovanissima, dalla iniziale diffidenza, una innata difesa a trattenere quel che si ha (è), scivola nelle esperienze per naturale predisposizione alla novità nella quale, si sa, perdita e conquista sono strettamente connesse. Una caratteristica, mai frustrata, anzi: i nonni, i genitori Tommaso e Catherine, madre vigile e lungimirante, hanno intravista dalla nascita questa sua tendenza e la coltiveranno. Andrà a scuola, Monique, anche a piedi, anche con fatica fisica, anche con disagio (più grande dei suoi compagni di Sompiano, di Urbino) fino alla maturità classica.

Aperti su spazi d’immaginazione, gli avvenimenti scorrono fitti, caldi perché la scrittrice guarda al domani, non chiude sulla memoria “in sé e per sé”. Rilancia sulle emozioni per valutare gli eventi, sui desideri per dire i bisogni, sugli incontri, materiali e immateriali, per marcare problemi, sottolineare pensieri. «Ho fatto un pieno di vita – scrive sui giorni a Medicina – a un’età in cui la vita non è che un disegno del desiderio, una sinopia leggera dipinta sulla parete del futuro». (p. 94)

Vengono alla mente due scrittrici: Natalia Ginzburg e Annie Ernaux. Nelle differenze. Dove la prima, in Lessico famigliare, usa l’ironia per fissare i protagonisti della sua saga, Monique Gabellini si cala nell’empatia. Se Ernaux, nei suoi romanzi la sua storia nella storia grande, fa di quest’ultima un’entità inamovibile, l’urbinate (o cittadina del mondo?) è, invece, convinta che si possa non giungere a conseguenze drammatiche. A ciò vale la rete di affetti, vale l’istruzione, la riflessione. Vale il ricordo e il lascito del vissuto. Figli e nipoti, silenti, sono qua e là interpellati allo scopo.

Per questo, dichiara nell’exergo, Gabellini ha deciso qualche anno fa il “rimpatrio” nei suoi anni di formazione e… Nel cannocchiale della distanza, L’indelebile ricordo è un ritorno a casa sereno: scrittura, infatti, mai debordante, attenta a non enfatizzare (e sì che certe giornate hanno avuto episodi davvero fuori del comune), tesa sul nucleo degli accadimenti. (Il «grano insanguinato», per esempio, vicino ai corpi massacrati sotto un bombardamento alleato, risulta quale è: lo strazio di innocenti). Riporta la gioia e ne fa emergere il benessere. Scrive le disgrazie e ne restituisce il senso profondo. Non recrimina né si lamenta. Affida ai suoi discendenti la memoria-esortazione a capire, a prendere con sé quel passato perché non si ripeta.

Il più di questo libro: la condivisione, per il lettore di parecchi anni come me, di momenti di vita consimili (il paese, la fatica, per motivi economici e logistici, di continuare gli studi, il quotidiano tra gente di grande spessore); per il lettore giovane e per tutti, la dinamica delle emozioni (sorpresa, smarrimento, ribellione, malinconia, felicità, sconcerto, speranza, dolcezza, solitudine, tenerezza filiale, altre) non descritte e sbandierate, ché sarebbero noia e inutilità. Già in parole dentro di sé. Perché di Monique Gabellini fine è la sensibilità, il forte sentire: L’indelebile ricordo nasce da qui e da qui si ferma, lieve, nella pagina.

Recensione
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