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Longevità

La voce di una interrogazione all’interno della vita: la poesia di Neuro Bonifazi (Urbino 1922-Chieti 2018) conferma la sua cifra in questa pubblicazione dal titolo emblematico: «Non si muta, nell’assenza sofferente / e nell’innervamento neghittoso / delle vane pretese, la vita dei longevi, / il gancio che si richiude, la branchia inattesa che ci afferra…»). Il sogno e la realtà, la memoria lunga, le illusioni e l’amore ogni volta intenso nella consapevolezza di una sua fine, la fiducia e il suo rovescio nella durata dei sentimenti. Desiderio di capire e sua caduta («…sapere / che non c’è più niente da capire, e non c’è niente / più da fare…».

Ricerca incessante in Bonifazi (non è un caso lo studio, tra altri, di Leopardi e dell’inquieto Dino Campana) di cui è stata impastata tutta la sua scrittura creativa (prosa e poesia), come una rincorsa verso un approdo da qualche parte esistente forse, nella strada aperta come negli anfratti, una salvezza, una spiegazione, una verità, cercata fin dall’adolescenza in chiaro, ma trovata nella nascita stessa, nella relazione figlio-madre ripetuta a volte in quella uomo-donna, sia nel volto dell’amore in sé sia in quello dell’amore per l’altra, una figlia per esempio intuibile dai titoli delle sue raccolte (Amore suo -1978, In sembianza -1988, Allarmi e sortite -1997, Le segrete vie -2000, Il tradimento dei tempi -2015). Ricerca incessante, patita, ogni volta tornata al punto di partenza e ogni volta insistita perché insistente, necessario è l’assillo per avere improbabile una risposta.

Il pensiero di Neuro Bonifazi si snoda da un’urgenza interiore (pungolata dal vuoto esteriore) che si avvicina alla antica, ancestrale, ricerca di un ubi consistam spirituale e filosofico così come esistenziale («E mi piace immaginare / uno scopo fatale, sfaldato, ingannevole, / tanto terapeutica è la condizione umana…»), lì dove il quotidiano non stacca la risposta né calma la domanda, perché il risultato è fatto di perdite, di vuoti, di ammanchi, mai colmati dagli acquisti appunto feriali: «Questa è la stravolta vista, la biografica / impressione di estraneità degli eventi invissuti, come fantasmi…».

Di una quotidianità impalpabile è intessuta la poesia di Bonifazi: la luna tra gli alberi degli incanti giovanili, il vento, le notti insonni, i ricordi, gli incontri, lo studio, l’immersione nelle segrete vie dei desiri, delle immaginazioni, della formazione di immagini indelebili come una discesa agli inferi e una risalita al paradiso restata nelle fibre intime e mai afferrata nella se non dentro l’illusione di un tempo breve: per sé e per il tradimento che i tempi, anche contestuali, rilasciano, per quel che si attendeva dalla polis e che nella polis non si è mai realizzato producendo una polis malata e insanabile.

C’è un colpevole, un responsabile di questa caduta? Il tempo, la vanità sorella dell’illusione, la fisicità-fissità degli elementi della natura e la caducità in essi, l’imprevidenza umana. La poesia di Neuro Bonifazi, nello sfondo il paesaggio urbinate (o leopardiano), nutre la riflessione della poesia classica fino al Novecento. Lontana dalla narratività della poesia del Duemila, quella più autorevole e meno cronachistica, è vicina alla necessità di ancora capire qualche cosa della vita, desiderio non messo a tacere né dalla tecnologia, né dalle scoperte scientifiche, né dalla indifferenza verso il destino dell’uomo. Si gioisce un poco e si soffre il giorno, ma il dove/quando/come/perché restano dentro chi non li cancella proditoriamente cancellando inizio e fine.

Recensione
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