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Nel bosco del nostro splendore

Pittore, illustratore e tatuatore, Ciro Fanelli esordisce come scrittore con un libro singolare già dalla grafica del titolo, quindi nella narrazione e nelle immagini (a pagina intera e anche su due pagine) che si compenetrano ma non si sovrappongono, si distaccano ma non si diventano estranee, che non creano capziosamente variazione agendo sulla semantica. Se pensieri e parole hanno chiarezza pur nella extravaganza della vicenda (un monte che monte non è, scalato fino all’esaurimento del suo status, è il monte che tale appariva agli occhi di un bambino!), le illustrazioni si caricano dell’onirico sotteso al senso stesso o originato in sua assenza.

Per gradi. Il racconto è il racconto di una vita (dell’autore? Anche: in chiusura una letterina di un amico delle elementari e una foto di quegli anni) fin da piccolo, fin dalla scoperta di una malattia rara (la vita stessa?) con tanto di medici, ospedali, vicini di letto adulti. Ma il bambino “fugge”, cioè vede ciò che vive dentro, così come, proseguendo prima in compagnia del padre e del fratello poi tutto solo, si fermerà cogitabondo nel bosco del monte che monte non è con le creature (piante, funghi, animali, altri elementi della Natura) del suo interloquire.

Il filo conduttore è la ricerca di raggi di sole, di un luogo proprio, di uno spazio in una natura non finta nell’essenza e desiderosa anch’essa di luce e spazio e luogo. («I dettagli, i dettagli della natura sono qualche cosa di incredibile, più cose conosci e più cose riuscirai a vedere», p. 134). Di “quadro” in “quadro” Ciro Fanelli sale il monte, fa minime scoperte e arriva a verità illuminanti («È come se la natura avesse gratuitamente e deliberatamente creato qualcosa che uccide per il solo piacere di farlo», p. 55), facendo strada alla memoria – in cui è accennata una aleatoria storia d’amore – ma lasciandosela indietro non appena giunge ad individuare l’uscita da rumori, fragori, assurdità di tutti i giorni e di tutte le persone fino al ri-volgimento conclusivo. Sono gli altri a risarcire la solitudine, Natura compresa. Ma la solitudine si paga.

Tramatura di passi reiterati e di sensazioni (pp. 48-49), di pensamenti (p. 59) e condensazioni emotive, la trama è una non-trama diluita in capitoli (criptici alcuni titoli: KH6H706; Bufo bufo; Neu) e in una scrittura a tratti calata in non-sense comportamentali con quel tanto che nella narrativa di questi primi decenni del Duemila, soprattutto dei giovani o di scrittori alla prima uscita, viene riconosciuta come una labirintica immersione nel precario della quotidianità, nel feriale di un non-centro, nell’esercizio inutile, chissà se necessario, del fermarsi svagati per chiedersi “perché” e “percome”, senza gli affanni ansiosi della non risposta non tallonata, non rincorsa.

Il doppio corpo-spirito sembra animarsi ma anche comporsi in unità. Facendo emergere, tuttavia, l’inanità dell’interrogarsi dalle (belle) conturbanti anzi perturbanti illustrazioni: dilatazioni del sentire, paradossi, il pensiero mutato subito nel drago del suo incenerimento, nel mostro che brucia in sé il concetto del suo proporsi.

La storia “chiama” a che la si viva d’un fiato attraverso rientri, sogni, incontri, non-incontri, scontri mancati, rifiuti, assunzioni di coscienza, dialoghi, surrealtà, probabilità, improbabili vicissitudini fino alla ri-soluzione finale in cui tutto precipita o da cui tutto ricomincia. A ciò valgono le foto (Quello che non dovevi vedere. Foto da un romanzo, il titolo) di luoghi e funghi, la citazione in exergo («Se bruciasse la città / Da te, da te, io correrei / Anche il fuoco vincerei per rivedere te», Massimo Ranieri) e quella in chiusura («All that she wants is another baby / Sh’s gone tomorrow, boy!», Ace of Base). A contenimento o a spinta le une delle altre con slancio e consapevolezza: il viaggio, smitizzato, nel paese natio dell’infanzia, scontento e contentezza, è compiuto. Si va. E non ci sarà più un ritorno.

Recensione
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