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Opera incerta

La poesia, si sa, nasce da un fiato improvviso. Esso può riversarsi d’emblée sulla pagina e seguire poi la sua strada nel suo impeto fulminante di luce; può essere ripensato, cambiato, depurato il linguaggio dalla rasura dell’uso, fino a divenire altro fiato, ricco di senso, anzi polisemico. Tale è il movimento della poesia di Anna Maria Curci da Inciampi e marcapiano (2011), attraverso Nuove nomenclature e altre poesie (2015) e Nei giorni per versi (2019), alla recente Opera incerta. (Contiene poesie che vanno dal 2008 al 2019: il dato rivela continuità).

Il lavoro sulla lingua, dunque. Anche nell’ultima raccolta l’enunciazione e la descrizione sono seguite da sospensione, reticenza, interruzione improvvisa del verso-pensiero, in sintesi la diffusa figura dell’aposiopèsi, da cui si libera, nella sua energia, il pensiero poetico in tutte le sezioni: dai risvolti intimi (Opera incerta, Di tanto azzurro), alle variazioni impreviste (Barcaiola), al tessuto delle vicende storiche assunte nella propria interiorità a paradigma di verità e restituite come testimonianza di tragicità politica a largo raggio non di accadimenti o casualità astratte (Mnemosyne), dunque, ma storia di scheggiature e sofferenze.

E l’oggi? Incertezza dei tempi. Incertezza a venire perché improponibile si dà lo spirito dell’intorno recepito nella sua drammatica assenza di sostegni, nella frantumazione, nel vuoto talora. L’incertezza ferma in ogni caso una trama. (Per questo punto e per tutto il discorso critico sul libro e sulla poesia di Anna Maria Curci, rimando alla bella postfazione di Francesca Del Moro).

Il vuoto, percepito in profondità nel solco della cronaca e dell’attualità, può essere riempito allora non solo, ed è molto, con l’epicità memoriale (A Gramsci, 8 settembre 1943, Birkenau, 24 ottobre 2012, Tienanmen) di un’etica del vivere nella ricerca di un punto di partenza passato e presente, nutrita dagli affetti e dalle relazioni umane, ma anche con ciò che non è silenzio, - perché il silenzio, quando non suggerisce («mentre qui aspetto / mi si accosta il silenzio / e suggerisce», Veglia), intimorisce più del rumore –; con i depositi di letture elaborate in profondità («leggere versi all’alba / salutare maestri / nel vento freddo / dell’oscuramento // spogli di scuse / fronzoli intrisioni // è luce dopotutto», Leggere versi all’alba); con lo studio («Ad imparar da capo la paura / ché non ci basta mai lo studio. / Ti sorprende e ti strega / l’ultima apparizione.», Ad imparar da capo la paura); tramite peraltro il ripensamento di fatti vissuti nella loro essenza incalorente umanità, la propria e l’altrui.

Se è vero che non ci sono fari, tantomeno accesi, verso cui dirigersi o solamente e intanto andare per uscire dalle secche e dagli indugi, è anche vero che il tutto bianco può portare ad altra nascita senza fuggire o sfuggire al proprio tempo e all’esserci in esso, pur nella accidentalità della salita, proprio per il riso o l’indignazione suscitata dalla storia e dalla cronaca.

Valgono gradini a sostegno: i Maestri, appunto.

Anna Maria Curci, studiosa e traduttrice in primis di autori tedeschi, ne nomina alcuni: Rose Ausländer, Heinz Czechowski, Felicitas Hoppe, Georg Trakl. (Sempre tra i germanici tradotti, Lutz Seiler, Hilde Domin, per esempio. Ma altrettanti e molti altri ne ha nelle sue corde, Keats, Goethe citati in Opera incerta dai loro ai suoi versi, e conoscenze: sul suo blog e sito internet, autori e autrici della letteratura classica, di quella del Novecento, della odierna).

Maestri come tasselli. La storia come tassello. L’eticità come tassello. La vita della polis-comunità, come tassello. L’azzurro (Di tanto azzurro) dell’infanzia come tassello.

L’opera incerta è queste tessere fermate per comporne altre, per accostare al tassello altro tassello: ne verrà fuori, come ne viene fuori, una trama in cui confermare il proprio posto, in cui espandere il desiderio («Del passaggio non so, / tu affine anima mia, / meandri e pieghe e anse. // Lo slancio riconosco, / la luce tende braccia, non si fa definire», Del passaggio), ricercandolo prima nelle diverse tramature sottratte all’indifferenza, quindi afferrandone un bandolo (Controcanti IV) dentro l’assalto-protervia di ciò che viene servito come necessario e che invece contrasta con i bisogni reali dell’umanità propria e altrui. Sempre lasciando il più, ossia il troppo pieno giornaliero assordante, asciugato su fili d’ironia sulle cause e più sulle conseguenze, e affidando i versi all’essenzialità del sentimento-sentire primigenio (Di tanto azzurro).

Da qui attingere perché l’incerto-testimoniato abbia un punto di domanda orientato a sciogliersi come ombra che duetta con la luce. (da un verso di p. 84)

Recensione
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