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Paesaggio con ossa

In exergo all’ultima sua raccolta di poesie Lella De Marchi riporta la circostanza che le ha ispirate: la scoperta dentro una roulotte, nell’occasione di lavori socialmente utili, di Malina, una ragazza svedese ridotta pelle e ossa dopo una violenza e il suo vivere lì, ai margini, ma dentro la città inconsapevole. («la nostra credenza terrena è ricolma di cose prestate / avanzate dai piatti poi confluite nell’altro mondo. / la nostra / credenza si nutre di corpi al limite della scadenza.»)

Inizia in quel momento la perlustrazione di un corpo ed un paesaggio (umano) ai limiti estremi della vita, delle sue probabilità. Inizia il sentimento cognitivo, il dolore partecipato, nell’asciuttezza della scrittura poetica di Lella De Marchi: nel mentre taglia la descrizione, infatti, l’autrice sottolinea la cesura di quelle ossa e di quel paesaggio rispetto all’intorno. E anche rispetto alla sé stessa ex abrupto proiettata in un vuoto mai pensato: il vuoto del corpo e della mente transitato da Malina, estranea a sé stessa e alla “soccorritrice”, nella co-agonista, la quale, concentrata nella rivelazione di “altro”, si avverte estranea alla sé stessa che è (era) («ci sono cose interrotte ci sono cose interdette ci sono / cose che sono ci sono cose che erano ci sono cose / che non sono più.») per diventare corpo violentato di Malina.

Una compartecipazione umana, di donna forse («l’amore è un corpo / sorpreso nella sua impossibile danza.»), più che, forse, una denuncia diretta e gridata del duplice stupro, sottofondo tuttavia mai in dimenticanza, perché proprio l’aver preso con sé la ragazza Malina fa nascere o uscire il lago senza argini delle violenze perpetrate. Come altre sviate dalla coscienza degli “intorni” perché «abbiamo paura di quello che è oscuro / gli artisti dentro ai musei gli avvocati nei tribunali gli / operai nelle fabbriche le prostitute per strada / e Malina, nella roulotte.»

Chiarezza del risultato della ricognizione e del pensiero su un contesto più di quanto non sembri vicino a noi, alle nostre certezze e culle: «stiamo bene soltanto dentro le celle come api / pensiamo soltanto a produrre il miele scartando / nella discarica tutto l’amaro in forma di elenco / obbligandolo alla putrefazione. / tracce. smarrimenti. deviazioni. derive. / slittamenti. sogni. negazioni. spostamenti. / C’è una cella per ognuno di noi...». Indignazione, presa in carico di situazioni, sguardo che scarta il soggettivo per avvicinare l’oggettivo delle invivenze, pur non puntando l’indice su un responsabile ma su una responsabilità collettiva fatta di silenzi e negazioni.

La spia è ravvisabile peraltro nei punti che fermano, in non pochi luoghi del testo, la nominalità («l’assillo del mio quotidiano, e qualche utensile usato. / cucchiai. forchette. coltelli. molti coltelli.»; «non resto mai dove mi trovo mi trovo più spesso / dove non sono. ma non trattengo il ricordo finisco / sempre e per poco dove non sono che / lampo. abbaglio. fessura. pertugio. visione. / sonno. coma. sbaglio. black out. inversione.»). Stacchi, sincopatura perché il detto abbia rilievo. (E, magari, potrebbe trattarsi anche – essendo Lella De Marchi performer – della voce sulla scena in entrata diversa: qui il discorso però si farebbe altro e, quindi, lo interrompo).

Paesagio con ossa, infine: poesia che attraversa il corpo e se ne fa attraversare. Meglio: incontro di corpi (ossa)nel loro essere stati colpiti, e meno attraversamento (paesaggio), che implica quasi un distacco contemplativo del viaggiatore. Paesaggio con ossa, in tutte le sue cinque sezioni (con gli omaggi a corpi di alcune artiste) può allora configurarsi come viaggio dentro un buio di cui si può vedere la fine soltanto conoscendolo fino in fondo e amandolo per poterlo riconoscere nella rovina e nella provocazione che ne consegue. L’amnesia (Stati d’amnesia, il libro precedente di poesia del 2013) non ha mai avuto ragione di essere. Tanto meno dopo il viaggio nel/del corpo violato.

Recensione
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