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Prefazione a
Il ruvido canto della gazza
di Flora Restivo

Il giro del silenzio: sulla poesia di Flora Restivo

In versi brevi, frammentati, a cascata a volte, il silenzio, il rovescio della parola offerta al vivere e al futuro, nella poesia di Flora Restivo fa il suo giro e torna al suo capo, da dove un filo era partito dipanandosi in volute e curve e rettilinei pensati, in pensamenti tornati su se stessi.

Declinato via via in notte, piangere, lamenti, unghiate del silenzio, abbandoni , parole di carta, giardino di pietra, realtà disossate, immensità del…gelo, passeri incauti, rose appassite, fiele antico, anime perse, ultima foglia, bilico sul niente, cristalli…gelati, ottusa atmosfera, logoranti risvegli, stracci ammucchiati, acre silenzio del dopo indecente, sbigottito sbiadire, canzone fastidiosa, colori acerbi, ruvido silenzio, bordi riarsi, miseri giorni, angoli sferzati, grinze dell’anima, corpo martoriato, ecc.., il silenzio sembra non avere un principio determinante, né un invaso finale. Pervaso e indice di sofferenza, se ha un punto di termine (isolata stazione), esso, sempre in procinto di aprire altri circoli di scarto e di stacco come un corto circuito, non si pone definitivo e quindi a sbarra di ulteriore scacco doloroso. Tutt’altro.

In soluzione senza continuità il silenzio si connota del tempo in perdita, delle persone care non più vicine, delle voci di queste anime stampate dentro, in un cuneo d’amore interiore, nei gesti dimidiati dalle stagioni dei giorni delle ore, nelle immagini esterne che corrono e scorrono a richiamo e a saluto di un commiato indeformabile nella sua piega.

Nominato o detto per allusione, il silenzio con le sue ombre (ricordi), i suoi interrogativi (su chi decida le sottrazioni), le indubitabili conferme (l’erosione esistenziale), i sogni d’ azzardo, la domanda inevasa, con la sua immutabilità permea questa raccolta di Flora Restivo. Gli sono compagni, a fianco o in exergo o in chiusura, il crepuscolo o il chiarore dell’alba, il giorno pieno o la notte infida: perché il suo luogo è ogni luogo, la sua nascita è in ogni nascita, il vuoto è in ogni pieno, la spes di una mutazione è una puttana, attira ma non soddisfa o soddisfa solo con lauta mancia.

La parola poetica di Flora Restivo, che nasce in questa raccolta da un dolore privato mai esibito in esposizione, sposta il personale su un registro altro e di altri. Situa il personale sulla illusione che il cambiamento nella dinamica della vita è una illusione nemmeno più pia (della pietas), sull’edacità del tempo e del suo sinonimo mentale spazio, sul niente come essenza di verità non consolatorie e, quindi, taglienti nella carne, sentenziose nella sostanza, su quel niente (vanitas vanitatis) detto dai secoli dei secoli.

Come essenza, nella raccolta di Flora Restivo, di una spremitura degli incontri con una poesia che, nel corso del suo esprimersi, si è figurata tra un piano di desiderio ed uno di risultanza a perdere, tra una soglia di negatività percepita già ab ovo e il compiersi del movimento corporale relativo, tra una apodosi di tutto contrasto rispetto alla protasi: la promessa smentisce ogni se o viceversa.

Se a questo avvertimento si aggiunge il venir meno, reale e doloroso, di chi è parte sostanziale del corpo stesso perché, creata, messa al mondo, nata dal proprio ventre, il cerchio del silenzio si chiude senza remissione.

Il suo giro, tuttavia, non è concluso e sigillato al limite estremo. Ogni volta, quasi con ostinazione, la creatura umana prova a rimescolare le carte, a cercarne di migliori, a giocarle in ragione o anche in immediatezza, ritenta una strada in apparenza diversa, cerca nell’esperienza passata, nel vissuto, nel contesto una vita d’uscita. Che questa non ci sia è chiaro, ma la chiarezza ottunde, per così dire, il sentimento stesso della vita da vivere. E la si vive, la si affronta, la si impreca, la si supplica. La si ama e la si odia, nel suo silenzio anche beffardo, nella sua innocente proposta d’avvio: forse si era felici in un tempo immemorabile. Quando? E come? Si ritorna alle radici. La verifica non ha nessun riscontro.

L'Ora di dolce

Cercare
nella sferza del cammino
un fiore
un lombrico
un frantume
di specchio
bagnato di luna

uno scarno chiarore
che guidi
all’ora dolce
degli incensi in volo

Parlami

Parlami
anemico raggio di luna
che a fatica ti fai largo
tra le serrate foglie dell’olmo

dillo
che stai cercando me

Sfarfalla per un freddo attimo
sulle mie mani protese
le cosparge di platino
svanisce
spossata essenza
di sogno

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