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Prefazione a
La vos de' venti
di Marino Monti

la Scheda del libro

Maria Lenti

I poeti “ri-cercano” la loro vita e quella di altri: quasi uno scandaglio per meglio riviverla o viverla in absentia.

Un autore pu˛ tentare strade di volta in volta nuove, sperimentare ritmi e metri diversi e farsene travolgere entrando in dinamiche che diano al vissuto la sostanza del rivissuto, per cui ogni libro Ŕ altra parte, altro aspetto, altro sussulto di giorni e di pensamenti, di conferme o di negazioni, di irrisioni o di adesioni.

Un autore pu˛ anche “cercarsi” nella persistenza, in un filo mai spezzato nella propria interioritÓ, per e con quel desiderio di immersione negli elementi costitutivi (come l’acqua, l’aria: nell’accezione di Gaston Bachelard), nel senso di limpida levitÓ di un intorno esistenziale in cui si deposita la rŕverie o meglio il sogno.

E la veglia, cioŔ le vicende, il vivere? Il vivere reitera, nella brevitÓ anche epidittica, la scoperta dei giorni. Il nocciolo-dono della vita, da assaporare, Ŕ l’epifania della fine e del ritorno delle stagioni, dell’incontro con le persone che siano davvero persone e non maschere, della scrinatura del proprio sÚ dentro ambiti di relazioni famigliari e amicali, del sentimento del tempo e di un sÚ in un tempo, del percepire il silenzio delle creature e il rumore fastidioso di chi le colpisce per estinguerle.

Sentimenti e sentire in un mondo di sottili trasalimenti: Ŕ il mondo di Marino Monti. Le foglie sono spazzate dal vento, le ombre si stampano nel cuore, il vento nutre da sempre il respiro del poeta, i greppi fermano, mentre lo allargano, l’orizzonte, il fiume fa scorrere le malinconie, le parole si pongono a passaggio dell’andare quotidiano, nel silenzio risuona l’ascolto e i propri cari si chiaroscurano, la casa si svuota di presenze e si anima di ombre. L’anima accoglie il (e si tinge di) mistero fasciato di sogno.

Sincopato il senso della vita, in nuce e nel suo svanire. Da un lato essa vita Ŕ un insieme, conosciuto e ridetto nell’eco singolare di felicitÓ; dall’altro essa vita si ferma, in pensiero, nelle perdite e nella mancanza. Non un “odi et amo” rispetto alla vita, nel poeta di San Zeno e di Forlý, quanto una accettazione dell’uno e dell’altro risvolto, di sensazioni uguali e contrarie perchÚ nate da un medesimo corpo esistenziale, cosý come il desiderio, nel sonno, di rinascere: źVoja, int’e’ sˇn, / d’arnas / coma fˇj ch’al chesca / int e’ salghŔ dl’ invernŕda╗ (L’ invarnŕda).

Marino Monti appartiene ai poeti animati dalla resistenza nel loro essere poeti di un mondo riconoscibile perchÚ vissuto in prima persona, pi¨ che di un’uscita verso territori di un altrove poetico. Le sue raccolte (E’ bat l’ora de’ temp, A l’ˇmbra di de’, L’ Ônma dla tŰra, Int e’ rispir dla sera, Stasˇn, Int e’ zÚt dal mi calÚr) giÓ dai titoli segnano l’assiduitÓ di temi legati al tempo come tessuto su cui si distende il fiato della vita, o, viceversa, segnalano la consistenza di uno stare dentro le radici spazio-temporali della nascita e della crescita. Lý insiste la vitalitÓ che fa durare e rende vivo il passato dando il “pi¨” di sapore (E’ sav˘r dla vita) al presente pure in fuga.

A m’afond int e’ salut
a la mi tŰra

m’ha insignÚ
a caminÚ tra i c¨dal
ad arvultÚi int e’ soich
dal stasˇn.
Arturnar˛ a la mi ca
Sˇich dopo a sˇich.
Int che zÚt
Dl’ ˇnda di chÚmp
Par sintý e’ sav˘r dla vita.

(Il sapore della vita – Affondo nel saluto / alla mia terra, / dove i vecchi / mi hanno insegnato / a camminare tra le zolle / a rivoltare nel solco / delle stagioni. / Ritorner˛ alla mia casa / solco dopo solco. / In quel silenzio / dell’onda dei campi / per sentire il sapore della vita.)

Il sapore del passato per il sapore del presente del poeta. Il suo sguardo, talora dolente ma non per nostalgia essendo che quel passato Ŕ intero nel ricordo e nelle fibre catturate da attimi, in barlumi, entra/esce in una cascata di versi in cui prologo e constatazione portano al termine, a un epilogo. Mai in modo sentenzioso, se pure con una struttura che si direbbe epigrafica, memento gettato oltre se stesso.

Questa espressivitÓ la dice bene il dialetto, “lingua” capace, in tutte le sue declinazioni locali, di sgranare ogni voce contenuta nei nostri giorni: l’intimismo e il lavoro, le cose del sociale e la storia, l’ironia e la serietÓ, il male del vivere e il suo contrario, la liricitÓ e il suo opposto. Il Novecento e questo secolo appena iniziato lo testimoniano a largo raggio con risultati multiformi e varietÓ di canali.

In tali percorsi hanno un notevole risalto numerosi autori romagnoli, differenti gli stili e le strade prospettiche ma non le origini, le radici. La loro “parlata” sa di pathos ma non di remissione, sa di ethos ma non di ruvidezza, di ironia e qua e lÓ di sarcasmo bonario. La lingua va a cadere dentro le situazioni, ne risale i giri concentrici delle profonditÓ esistenziali e lascia che chi ascolta o chi legge faccia sua (e la agisca) la veritÓ che ne Ŕ scaturita.

Una veritÓ poetica che per Marino Monti Ŕ quella che il tempo lungo ha un valore irremeabile, che si vive sospesi tra uno ieri divenuto fibra e un domani certo nella fine, che la vita Ŕ un lampo inciso nelle trasparenze dell’anima. In Lus per esempio:

La lus la rimpes
e’ vuit dla mem˘ria
che e’ tÚmp
u s’ p˘rta vi.
Sˇta cla lus
u s’ sfa tˇt e’ zÚt
fintÔnt che la vit
la t’ rispira ad ÷s.

(Luce – La luce riempie / il vuoto della memoria / che il tempo s’Ŕ portato via. / Sotto quella luce / si scioglie tutto il silenzio / finchÚ la vita / ti respira addosso.)

Valga, pertanto, la memoria non interrotta, delle cose e delle persone nell’eco delle foglie, del respiro, intravedendone le ombre baluginanti nel vento. A risarcimento e a canto in poesia.

Materiale
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