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L’incontro profondo con il proprio sé, magari in un momento di sconferma o di interrogativi sulla propria vita, è l’incontro con le proprie radici. Guardarsi e sentirsi significa camminare su una striscia di terreno che di qua e di là può avere l’abisso se la ricognizione interiore non rintraccia dei punti, delle possibilità; se, in definitiva, radici e rami dovessero divergere, non incontrarsi mai nel punto del loro necessario distacco e divaricazione.

Non è di oggi né di ieri né solo dell’altro ieri questo interrogarsi per una ricerca che porti in un terreno riconoscibile. In fondo, a ben guardare, la letteratura (narrativa e poesia) del novecento, anche quella così detta del novecento che voleva negare se stesso, è proceduta su questi binari: nel romanzo, fermandoci ad autori italiani, a cominciare da Svevo e Pirandello, nella poesia fino a poeti “usciti” negli anni novanta.

Così è anche di Danilo Mandolini. Che, nell’ultimo libro, Radici e rami (nelle raffinate Edizioni L’Obliquo), dichiara da subito il suo intento, inoltrandosi dentro le maglie del pensiero che va prima a ritroso e poi procede salendo. Nei titoli di molte poesie, per esempio, di per se stessi indicativi, direi significativi: sette,sei, cinque, quattro, tre, due, uno – uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette; nelle figure rintracciate: il padre, il figlio, se stesso; in un andamento complessivo che fa corrispondere, benché non simmetricamente, al discendere il risalire (o il contrario, a volte).

Come accade, appunto, nella immersione di chi ricerca. Il cammino compiuto e la distanza da compiere (per riprendere il titolo delle poesie di Mandolini del 2004), con scivolamenti improvvisi dentro le proprie oscurità e i ritorni alla superficie innervati nella chiarezza. Per cui anche i frammenti di lettere del padre alla madre formano un gradino di partenza per l’andirivieni coscienziale.

Il padre di oggi dialoga con il padre di ieri. Il sé bambino dialoga con il sé figlio e, oggi, padre. Una simile materia non è facile da dire in poesia. Una volta individuata, io lettrice, l’ho lasciata agire senza intervenire con possibili interpretazioni, ché nulla vi è da interpretare. Semmai da com-prendere, da prendere con sé nella domanda che ne può scaturire: il lascito è forte e bello. Io sono dentro o fuori questo lascito?

E’ il chiedersi se, dopo tutto e dopo la fine, il ricordo e la memoria abbiano acceso non solo e non tanto lo specchio di sé, ma abbiano messo a loro volta radici. In una linea di riconoscibile continuità e non di rottura senza ricomposizioni possibili.

Nel dire questo Danilo Mandolini tocca registri metrici diversi: talora lasciando libero il pensiero, talaltra serrandolo in una sorta di apoditticità. (Caproni, citato in epigrafe, direi che è un poeta molto amato dall’autore osimano), a volte lasciandolo fluire dentro quasi a consolazione («Il taglio del pensiero si fa rupe | da scalare nella nebbia con le mani || Porto il mio sentire verso il mare, | verso l’attimo che vuoto si fa sera…»).

E Radici e rami assume la sinuosità del pensiero non fermato, dell’io che tra, contento e scontento, ha trovato la congiunzione. Nonostante le fratture più o meno epocali.

Recensione
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