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La narrazione di Ruvido lago, ultimo romanzo di Gemma Forti, forse più conosciuta come poeta, procede per capitoli-quadro, dopo il “Prologo” presentazione sub specie memoriae dei personaggi principali, Caterina e Jacopo, e dell’ambiente in cui vivono, il ragazzo nelle vacanze, la ragazza stabilmente, Lagoscuro, sulle rive di un lago calmo in superficie, ma, come ogni lago, con la sua sotterraneità pronta ad emergere, a travolgere.

Lago, simbolo della vita, con le sue coordinate e vicende - siamo nel 1955 - tanto scorrevolmente prive di risalti quanto sull’orlo di novità sconvolgenti. Che arrivano, alla fine, nella scoperta di un omicidio con conseguente ricerca del colpevole. Verrà scovato, quasi subito: la comunità è piccola, i riscontri non tardano a venire. Ed è la fine della storia, i personaggi “ricomposti” nelle loro dinamiche sociali e individuali: le curiosità, di chi segue gli amori dei due giovani, si placano venendo questi alla luce, ognuno continua l’usato suo lavoro e giorno.

Due, almeno e a mio parere, gli interrogativi e le rispondenze narratologiche: l’inserimento dell’assassinio con il sangue - si direbbe - corollario indispensabile (il cadavere di una donna è piuttosto martoriato), un doppio epilogo (“Epilogo”, appunto, e “C’era una volta”).

Gemma Forti ha voluto inserirsi nella narrativa odierna, molta della quale, e non sempre o solo la più corrente o divulgativa, ha un andamento da “giallo”, sia nella “sospensione” dei fatti raccontati, sia nel morto in essi contenuto, quasi assurdamente accolto nella bonaccia soffocante?

Non v’è dubbio che, riprendo da Franco Brevini, “il sangue è una metafora per dire la devastazione del nostro mondo”. L’inserimento, quindi, potrebbe dirsi necessitato. Eppure non è questo l’elemento principale del romanzo, tanto è vero che arriva solo alla fine, rovesciando l’assunto del dato misterico attorno cui ruota un libro “giallo”.

In Ruvido lago, infatti, tra normali personaggi, “balordi” per conformismo e inesistenza di scelte determinanti oltre il proprio naso, il delitto, quasi per caso anch’esso, rivela tutta la casualità della vita in sé e in quelli che non la cercano per nulla, attendendola semplicemente senza chiedersi né come né perché né quando. Così, l’ “Epilogo” conferma l’assunto del lasciarsi vivere.

Il lago è lì, lo era nel 1955 e lo è oggi, uguale a se stesso. Il cambiamento nella vita è solo apparente, tutto esteriore, di bordi, di cornici, di marginalità abbellite. La sostanza, tra un sopra e un sotto è, e non può non essere, ascrivibile a natura (che fa la sua parte e non ne può fare altra). Quella tra un dentro e un fuori, invece, è immodificata perché il sentimento o la ragione si vietano l’interdipendenza, arrestandosi sulla soglia l’uno e negandosi l’altra.

Quae cum ita sint… Alla fine, lo scatto di Ruvido lago è lasciato, dall’autrice, alla constatazione del lettore: l’amarezza produrrà il pensiero di un allontanamento dalla piattezza e dalla indifferenza.

Anche di quella in cui è immersa la narrativa anodina di questi nostri anni.

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