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Scissure

Fenditure, da cui nulla di scorge, pur essendo nominati fatti ed eventi, minimi, giornalieri, passati e presenti, ricapati come da una tavola su cui si sono disposti nei giorni del loro dipanarsi, del loro essere accaduti.

Fessure: in quale terreno, in quale materia, in quale parte inanimata si sono prodotte? Nel leggere, e rileggere per la verità, questo singolare e non facile, allusivo ma non “prendibile” immediatamente, ultimo libro di Luigi Manzi, ho maturato queste domande.

Tutto ciò che avviene si incide nel tempo e nello spazio, a cominciare dal lavoro dei campi (protagonista in varie poesie) come lavoro simbolico della terra, l’unico che rimanda un fiato dalla sua apertura per la proiezione lunga offerta da sempre nel suo ciclo. Che non sembra essere più in relazione con chi abita stabilmente lo spazio e il tempo odierno: l’essere vivente il quale vive le “semplici occorrenze di quotidiano, che a schegge ci entrano di volo negli occhi e nel cuore”. (Alessandro Fo, alla cui bella prefazione rimando prima di iniziare la lettura di Scissure).

Anzi, chi abita questo nostro tempo, ecco, non è più in relazione con la terra, i suoi ritmi cioè, il suo fiato più intenso, la sua capacità di essere, nonostante tutto, accogliente, amica, capace di restituire il fiato che le viene dato. In relazione, in definitiva, con la vita che aveva una dinamica di svolgimento come il lavoro dei campi che contenevano il fulcro della vita stessa: lavorare per fare propria la vita, arare, seminare, raccogliere, immagazzinare, riposarsi. E ricominciare. In questo cerchio, variato nel paesaggio – la campagna, il mare – ma ripetuto nelle stagioni, la donna, l’uomo, il bambino, la natura (la luna, il guardiano, il cormorano, il verduraio, ecc.) hanno/avevano il loro stare, la loro connotazione esistenziale, il cammino, l’amore, il rientro dei sentimenti in una serenità d’intenti, la rispondenza tra sentimento e sentire.

Allora non c’è salvezza visto il traviamento di tutto questo patrimonio originale-originario? O che cosa resta? Residui, pagliuzze negli occhi, caligine, artigli: nella sequenza dei giorni indimostrabili dove “non c’è varco per uscire dal nero che avanza” (Eclissi).

Se (e uso “se” riconfermando l’allusionismo dei versi di Luigi Manzi, uno dei più importanti poeti fin dagli ultimi decenni del Novecento) questo può essere uno dei temi di Scissure, esso si distende e si rapprende nelle diverse poesie con un interrogativo, tuttavia, che guarda a chi scompagina il progetto (La voliera), a chi lo prosciuga (Siccità), a chi lo riduce al silenzio (Silenzio), a chi confina al muro chi pure è stato all’erta (Il ponte), a chi ha proditoriamente interrotto l’andare (Il viaggio), a chi ha impedito e impedisce la vita per l’azzardo, la protervia, la sopraffazione.

La poesia di Luigi Manzi in Scissure non concede sconti sul nero e procede in un canale ad argini alti privi di sbocchi laterali-consolazioni: sintomo di un malessere sotto il quale è presente e pulsa il più di un tempo-vita che altro desidera e richiede, che altro potrebbe avere per sé e con sé: il corso chiaro delle cose e dell’immersione in un ciclo di naturalità non scombinata né tagliata, né lacerata dalla natura in quanto tale e dalla stravolta cronaca lunga degli sconvolgitori senza nome, volgenti a sé il timone. Sottesi? Non sembrerebbe: la domanda suscita la ricerca.

Recensione
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