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Scritti riflessioni e argomentazioni su arte e poesia

Vitaliano Angelini, pittore e incisore, poeta, organizzatore di mostre e convegni e della famosa “Galleria Federico Barocci” di Urbino, attiva per decenni in collegamento con artisti italiani ed europei, ha raccolto in questo suo ultimo libro le riflessioni, come da titolo, su questioni, interrogativi, evidenze artistiche e poetiche. Contributi portati in convegni, in riviste, ma anche fissati nel suo diario di lavoro in occasione di esposizioni e di incontri culturali di diverso tenore, ma dettati anche da urgenze personali sullo stato delle cose culturali in relazione alla intrinsecità del loro essere, ai tempi della loro collocazione, ai modi non solo loro delle probabilità di sviluppo.

Insegnamento della storia dell’arte, il lavoro di artisti e incisori marchigiani, confluenze (e reciproche influenze) di artisti delle due sponde dell’Adriatico, incisori marchigiani, poesia come viaggio ininterrotto: alcuni degli interventi. Che evidenzio solo per necessità intrinseca a queste mie righe, ché, in effetti, un filo, sotterraneo o esplicitato, lega tutte le pagine di Vitaliano Angelini: il filo della solidità, rintracciato nel passato, nell’eredità inoltre che i Maestri hanno lasciato, della creazione artistica e poetica come sottofondo e come base della strada percorsa ieri e da percorrere nell’oggi e nel domani.

Allargare, allora, e approfondire a scuola la storia dell’arte, la poesia, vale come conoscenza non superficiale, quindi come scavo, nell’essere stati e nell’essere dell’umanità.

Vedere quali relazioni e rapporti si stabiliscono, magari alla distanza, tra artisti e poeti, significa ricercare le ragioni del vivere e del mantenere vivo il senso della ricerca non fine a sé stessa quanto proiettata nel corpo dell’arte e dell’esistenza umana.

Entrare nelle dinamiche della formazione (per esempio quella della famosa Scuola del Libro di Urbino) vuol dire verificare come queste dinamiche abbiano agito negli incisori medesimi e come essi abbiano poi sviluppato la loro arte. Vale qualche nome (Bruno da Osimo, Renato Bruscaglia, Carlo Ceci) nella proposta di un’arte incisoria sopra altre. Così come vi sono nomi marchigiani (Luigi Bartolini, Scipione, Osvaldo Licini nella pittura; Anna Malfaiera nella poesia) che da un luogo hanno aperto orizzonti.

Ha ancora una validità, si chiede dunque il nostro saggista, quella categoria (“marchigianità”) identitaria cara a Carlo Antognini e per certi aspetti riferita a e da Carlo Bo quando scrive del carattere appartato e silenzioso, non sgomitante, dei poeti e degli artisti di questa Regione?

Angelini lascia ai due critici le loro convinzioni. Le storicizza ponendosi oltre quegli anni (i Settanta del Novecento) in cui essi hanno teorizzato e spostando l’obiettivo sui risultati che artisti e poeti si erano (e talora si sono, perché viventi) prefissi e che li hanno portati nel cerchio, per così dire, dell’arte odierna senza aggettivi di provenienza.

Un libro che visita e rimedita, questo di Vitaliano Angelini, un tempo di iniziative culturali, che spingevano e sollecitavano verso altre definizioni, verso altre riviere, dell’autore stesso. Un tempo distante ma non finito nella sua essenza. Come si può leggere, almeno in trasparenza, all’inizio della sua Premessa: «Si propone un compendio di tensioni e riflessioni pronto a far rivivere alcune analisi come imprescindibile supporto di una realtà quotidiana in atto che percorre ad ampio raggio diversi temi, linguaggi e tecniche espressive presenti sullo sfondo di un’esistenza».

Recensione
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