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Sul confine

Il confine di Massimo Bondioli è abitato da una umanità varia: i migranti, i relegati nelle poco rilucenti perle di periferia, i castellani di antica memoria, i viventi tutti, ognuno con le proprie difficoltà, caratteristiche, i margini e le marginalità. Va da sé la sofferenza differente delle diverse vivenze: i primi sanno da dove partono ma non conoscono accoglienze e calme destinazioni (Ci sorprenderà una luce distante / una sferzata improvvisa di vento / stremati dai grandi zaini ricolmi / di parole guaste, mete infrante. p. 22); i secondi, nella luce lontanamente riflessa dal centro, hanno briciole e negatività (Inquieta cerniera / ove ignari fanciulli / e meduse affioranti / dall’oscuro dei mari / ho visto rivivere / la sempiterna caccia / alle balene., “Battigia”, p. 25); i terzi, infine, cosiddetti garantiti o con crismi sociali accettabili o buoni, si sentono precari di un’esistenza sempre in bilico tra essere e non essere. (Ogni viaggio / è terra di mezzo / fatica del nuovo / rimestio di sguardi / lento mescidare / come di fiume / le sue acque. / Ogni esistenza / è la mappa precaria / dei suoi infiniti / approdi. p. 20).

Palesi le scale e i salti tra chi nulla ha se non la propria origine e il corpo e un’anima spesso respinte e chi può anche bearsi del vivere senza i materiali affanni quotidiani. Ma se la speranza alimenta la sopravvivenza degli uni, l’angoscia appanna il possibile di altri, la consapevolezza spegne la probabilità dei molti coscienti del termine-vita.

Massimo Bondioli, con versi incisivamente chiari ma distesi nelle metafore e nelle simbologie di una poesia che prende contatto con la realtà e la trasforma in presa d’atto e ferma denuncia, esplora il confine, lo percorre, ne dice la sostanza sapendosi parte.

La sua poesia si offre al campo della riflessione per una ulteriore verifica ma anche per la coscienza di varchi: se chiusi (il castellano non è mai scomparso, pur non essendoci più sul piano storico!) vanno sottoposti al vaglio del loro essere tali, poiché non si dà per sempre la loro condizione essendoci la ragione e il sentimento per rimuovere gli steccati. E anche – perché no? – chiedendo (da laico, ma da uomo, a Gesù Cristo, p. 35) un qualche intervento divino ad alleviare-rimuovere-cambiare situazioni e pesanti disagi.

Un trama poetica tessuta da Massimo Bondioli fin dalla sua prima raccolta (Sotto il segno del tiglio, 2010), proseguita con La chimica del mare (2014), Animali di strada (2018) e nella plaquette artistica (Era dunque quella la vita?, 2019) e ora approdata a questa Sul confine.

Qui l’autore mantovano, che vive da tempo a Piadena (Cremona), dilata non solo la ricerca ma la prospettiva, per così dire l’orizzonte della sua indagine e del coinvolgimento: una presa in carico del margine e del confine, di chi lì vive e abita, di chi avanza per uscirne e di chi viene respinto, di chi cerca e di chi sente di non poter trovare, di chi spera e, pure, dispera confinato sulla panchina. Panchina più o meno di approdo. Per tutti, ma, certamente, più dura per chi ha solo quella realisticamente e non in metafora, per chi non avrà neppure l’occasione per lì sedere a riposo, a rimedio, o solo in attesa di un passo da compiere.

Per queste caratteristiche, nel panorama della poesia contemporanea molto versata sulla voce privata del politico mentre il sociale resta impregiudicato, la poesia di Massimo Bondioli mi sembra distinguersi proprio per l’intonazione di allargamento al contorno-dintorno del vivere civile anche quando il vivere in sé sia solo un fiato.
Recensione
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