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Variazioni minime

Poesia di pensiero e di chiarori quella di Luciana Raggi in Variazioni minime, sua ultima raccolta dopo Oltremisura (2015) e S’è seduta (2017). Nitide le parole composte in versi scanditi per un senso che sia subito pieno ma che sfugge nell’oltre e accumula altro nella realtà e nel sentimento, nel taciuto e nell’esplicitato, nella presa d’atto e nel sottinteso, quale che sia, di essi.

Poesia di constatazioni e dell’impalpabile nella determinata visuale di un esistente e del suo opposto di ombre, di sospensioni, di filtri e di irraggiamenti anche onirici, fino a che la variazione dello status risulti essere minima al tocco e dilatata nella proiezione.

Qualche esempio.

Vive la presenza e vive l’assenza, per esempio in amore: «Assenza / dolorosa costante presenza / la tua assenza.» (p. 51)

Si snoda il giorno e appare il passato, come in «Nell’andare si sente il profumo del ritorno / come nella stanchezza della sera / il profumo del giorno.» (p.20)

Si delinea il ricordo e viene rincorso il suo stare nell’oggi: «Nel silenzio si fa febbre / l’incendio dei ricordi. / Il sussurro del vento ravviva le fiamme. / È pioggia uno sguardo di compassione.» (p. 30)

Il corpo poetico, come si evince, viene catturato e posato in fili sottili, in una riduzione al nucleo del sentire e nell’evitamento di contorni esplicativi, così che i testi vanno a formare dei quadri interiori («Sto qui / tra riga e riga // senza distanze. // Sto qui // qui a guardare il bianco: // nomade / tra le parole dette // e quella che mi tace dentro.», p. 37), definiti con frammenti di vissuto non esplicitato nelle sue dinamiche, di desideri per strade percorse o intraviste, di varchi non attraversati, di nuova luce possibile, di probabile apertura.

Le variazioni indotte dall’esterno immobile sono minime, ma risuonano dentro una camera in cui viene rilasciata la sensazione del cambiamento avvenuto, la parvenza desiderata (p. 41), la novità dell’illusione, la necessità di farlo esistere, questo ectoplasma, dicendolo in parole.

E Luciana Raggi le rilascia in tre sezioni (“Tutto cambia”, “Nomade fra le parole”, “L’arte dell’incontro”). Esse sembrano assumere un itinerario, anzi prefigurare un viaggio che inizia da una constatazione e giunge ad un’altra constatazione: tutto cambia se l’incontro è possibile o è stato possibile; se il tutto del vivere giorno per giorno, non invano e non tacendo, ha incontrato l’altro sé o l’altro da sé. Se, cioè, io sono l’altro e l’altro è entrato in me. E se il negativo del contesto e chi lo ha determinato come tale abbiano (qui vale il congiuntivo) assunto variazioni non minime.

Poesia di pensiero, ho scritto all’inizio di questa recensione, benché l’emotività, come negli esempi riportati, non manchi. D’altronde mi sembra che Luciana Raggi continui, ma procedendo a crescere nel chiarire i suoi intenti poetici tramite uno stile via via conquistato all’asciuttezza e alla propria individualità, quanto già era evidente nei precedenti libri di poesia. (Soprattutto in S’è seduta, un libro-poemetto direi, in cui la protagonista, la donna, appare in uno stato di quiete o di pensamento dopo la/una corsa).

Poesia di pensiero perché Luciana Raggi offre, nella dinamica di versi brevi, centellinati, la punta di accertamenti, di conferme e di riflessioni in un versante esistenziale che chiede soste e proseguimenti, che vede e registra, che vorrebbe ciò che sembra non concesso, che ricerca sans cesse il luogo di un incontro umano non effimero, luogo che abbia la sostanza degli incontri “reali” con artisti e poeti (Calder, Levi, Scotellaro, Isgrò, Escher, Giotto, Leopardi, Bruegel) o con i luoghi del cuore: Matera, Sogliano dove Luciana Raggi è nata, Roma dove risiede.

Un luogo di anime e di corpi («…/ Ricucire dentro rigenerare la pelle bruciata / Ogni cosa s’aggrapperà all’altra nel pericolo / Come per scherzo in corsa cederà crollando.», p.63). Ma, …ecco, sì, un luogo da reinventare. (p. 83)

Recensione
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