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Il grido dentro l'essere umano
due scrittori a confronto

Flavia Lepre
Il grido, lacerato e muto, dell'anima

Enzo Schiavi
Una voce s'intreccia... ed è grido

Flavia Lepre
Il grido, lacerato e muto, dell'anima

Spesso mi chiedo: “Ma perché scrivo così tanto?”. Purtroppo, non sono in grado di darmi una chiara risposta, ma credo che il desiderio di scrivere sia un segno cocente reiterato alle ferite da sempre inferte alla mia psiche, quelle ferite che hanno dato il via a molti miei tentativi d’eliminazione. Personale, s’intende! Perché il pensiero di cancellarmi definitivamente da questo mondo, non è stato altro che un continuo viaggio difficile che non conosce la liberazione, che non vince mai l’ansia del peccato incombente.

Forse perché la mia è stata una vita di partenze e di ritorni a strani momenti, dove il suicidio era presente attraverso le mille crisi, le sedute psichiatriche e la costante ricerca di un “Medico-Angelo-Mago” che sapesse capire anche i miei ostinati silenzi entro cui si infrangeva il “grido” disperato e muto della mia anima. Continuamente frustrata, messa alle corde dalla generale incomprensione, ho sempre saputo che, in fondo, tutto è accaduto, ma l’elemento negativo, è che mai niente è stato superato. In questa orribile angoscia, s’infiltra anche uno strano desiderio di vita, di autonomia, di padronanza, una voglia di addentrarmi nel mondo oscuro del pensiero ed effettuare viaggi straordinari nell’universo delle parole. Da tempo immemorabile, mi sono infilata a capofitto in un tunnel fascinoso, carico di tentazioni, che mi ha travolto e dentro di sé mi tiene prigioniera.

Scrivere… Fantasticare… Sognare… Credere che la scrittura possa essere un dono divino e sapere che, invece, spesso è un presente mortale, dove non si muove foglia, dove respirare è impossibile perché – stranamente – il presente è un tempo che dà l’illusione di non scorrere, di essere fermo, immobile, mai interamente trascorso, mai compiuto. Eppure sappiamo che è il tempo dei grandi peccati di pensiero, della mente dilavata dalle lacrime, soffocata dai vari misfatti operati dall’intelligenza indissolubilmente legata a rovinose memorie che hanno spezzato il cuore! In condizioni così apparentemente precarie, io ho costruito, nella profondità segreta del mio inconscio, un sistema particolare per tessere le mie oscure tele. Ma è un gioco che, chissà perché, si consuma sempre a mio danno! Ma d’altra parte, quando tutte le basi psicologiche sono pericolanti, come si fa a edificare castelli e cattedrali? E così, continuo ad andare allo sbaraglio, isolandomi, rifacendomi prigioniera di me stessa. Mentalmente mi scudiscio, mi urlo forte, sino a rompermi l’udito… Ma tutti noi che scriviamo, ben sappiamo che gli urli sconvolgono solo il sangue che circola nelle vene… Per il resto, il suo fragore si perde in quell’amorfo silenzio che è il vero castigo che Iddio ha imposto all’intero universo! E l’intero universo siamo noi, tutto il complesso del genere umano. E il “grido”, potente, spesso mortale, stranamente immobile nel frastuono del mondo, non è solo la voce dolorosa di noi mortali! Perché c’è il grido degli animali, dei fiori, degli alberi, del cielo, dei monti, del mare… L’urlo, è una punizione comune a tutto ciò che vive nel globo universale, ma può anche essere una specie di S.O.S., per illuderci. Una strategia divina per farci capire quanto niente siamo di fronte alla potenza di Dio? Nessuno, infatti, può competere con la grandezza di Dio! Però esiste il Bene ed esiste il Mele. E quindi è reale anche l’esistenza dei demoni. E forse sono proprio loro che ingabbiano la voce del nostro dolore, che soffocano il grido, perché esso non possa raggiungere le grandi altezze e andare oltre i confini del cielo…

Spesso, quando la mia disperazione sale ad alte vette ed il cuore sembra voglia scappare dal petto, mi pongo davanti allo specchio e con una mano mi tappo la bocca, perché sento che l’urlo è lì, incastrato nella gola, pronto a scatenarsi e a malmenare le corde vocali per non sottostare all’ordine della mia mente che gli impone di rientrare in buon ordine nella sua tana. E lo fa con saggia diplomazia, per ottenere l’accettazione dell’ordine di fare silenzio, perché in quel momento, il grido potrebbe avere un’ampia propagazione dell’eco e causare un notevole danno alla mia persona. E dovendo tener chiusa la bocca, dico mutamente a me riflessa nello specchio: “Voi, mille voci urlanti e tu “grido” impazzito, fate silenzio!”. Sì, tacete, non parlate, non fiatate nemmeno. Io non voglio ascoltarvi, non voglio litigare con voi! Tacete, ancora una volta, in questo tempo che non è infinito, ma solo curvo, anzi annodato storto, per cui io temo follemente l’eco del grido che si propaga a lungo, facendomi mancare il respiro. E’ tutta la vita che questo tormento nascosto nella gola mi avvelena anche la luce del sole, che dissemina di brividi angoscianti il sentiero del mio limpido pensiero che, come fosse un’improvvisa interruzione di corrente, un cortocircuito, una scintilla, illividisce lo spazio libero del mio cuore, dove accolgo la fedeltà per i morti e l’intuito dei vivi, nell’infedeltà della parola sempre errante, sempre vagante, sempre menzognera…

E allora, proprio per questo, rispondo all’amico Eraclito che non occorre rafforzare l’urlo, ma semplicemente curare di più il logos, per meglio comprenderci, per non cadere in paurosi precipizi che conducono solo all’inconciliabile disincanto del mondo. E quando la mia muta voce si ferma, la mia sempre viva disperazione tende a trasformarsi in motivo di sopravvivenza. Rinasce qualche sporadico desiderio di tenerezza, qualche assurdo sogno, qualche vaga speranza che possa ridarmi pace… Poi, la mia natura altruistica, stacca il pensiero di me dalla mia stessa mente e comincia a guardare, appunto, fuori di sé. Ricomincio a rivedere anche il calvario dei miei simili, percepisco, senza sentirli veramente, gli urli disperati delle loro anime… Questo non mi stupisce, perché io so bene che, pur essendo creature completamente dissimili, nell’ambito della sopportazione e della ribellione alle varie sofferenze umane, abbiamo tutti la stessa reazione, lo stesso desiderio di un incontro che illumini il buio delle amarezze, dei sogni infranti, dell’infelicità dello spirito, dei silenzi senza senso, dell’uso e dell’abuso di parole che non danno refrigerio di bene e d’amore, ma che creano spaccature infernali, dove esseri umani dotati di grande sensibilità bruciano nel fuoco tutte le loro positive doti e tutto il loro carico d’amore. Nel silenzioso ragionare della mia mente, a poco a poco mi perdo entro un’infinità di cunicoli oscuri. Non è una novità, perché è da anni che conduco uno studio attento del modo di adoperare la parola… Purtroppo, ho solo imparato un poco cosa non fare, senza però sapere insegnare che cosa fare. Dentro di me, estrinseca il tacito bisbigliare basato sul tacito presupposto che il mio pensiero (o meglio, i suoi miserevoli frammenti), sia sufficientemente comprensibile. Una fiamma, una legge del pensiero che impedisce il buio, che può impedire anche l’urlo… Io non misurerò mai il mio cuore in nessun modo salvo che solamente in desideri di cui una cosa vale l’altra, come chiarisce l’idea della mia algebra universale e tutte le cose che costituiscono l’afasia. Quindi non mi serve né la teoria dei segni e nemmeno l’elastica libertà che s’accoppia col desiderio ed ha orgasmi equivoci e bui abbandoni. Sì, lo so bene, non è solo con la riflessione che si scavalca il muro del Tempo, né si scopre il significato del significato. Per me, cartesianamente, vale solo un modesto ma incessante “cogito, ergo sum”, messo a fronte dell’inconoscibile. Lo so, è poco, almeno non è una banale scorciatoia né vuota liturgia! Stravolta, spesso senza saperlo, nascondo la voglia di vivere dietro accorate meditazioni, perché per me, pensare significa coinvolgermi, quasi che la mia voce volesse diventare persona e guardare con lo spirito significa andare oltre, vedere al di là della misteriosa oscurità. E la frammentarietà allusiva che indugio a mescolare, è un’algebra bizzarra da cui nascono tutti i miei pazzeschi “nonsensi” e tutti gli urli d’anima strozzati, soffocati, fatti abortire nell’attimo stesso che stanno per nascere, per invadere il mondo col triste effetto che ha il loro suono… Il “grido” che atterrisce, che fa paura… Il “grido”: ultimo segnale di vita prima del “viaggio verso l’Aldilà…”!


Enzo Schiavi
Una voce s'intreccia... ed è grido
(venti poesie di “grido”)

Parte prima
Gli echi dei lunghi silenzi

Il “grido” ci trapassa e ci possiede.

Gli echi dei lunghi silenzi non ci danno tregua e questi echi, tutti, restano dentro di noi e tutti sono parte di noi e tutti sono noi.

Gli echi dei lunghi silenzi sono nel “grido” che ci trapassa e non ci dà tregua.

I nostri desideri, le nostre passioni, le nostre follie siamo noi. Noi siamo le note di sangue e le stoppie salate in fiamme, gli echi di gioia e i vortici di sorrisi; siamo tumulti di cuore, siamo ballate selvagge che urlano magie di colori. E “Ancora un grido”, ancora una nota di blues nella luce, ancora un’ansia di respiro. Ancora, noi abbiamo mani pallide di vento e siamo furie di nuvole, e i nostri sogni sono sfiorati da labbra aride di immagini sfuggenti. Il nostro “grido” artiglia le nostre anime, il nostro “grido” ci rende nudi davanti alla pazza sinfonia dell’amore. E ancora siamo bufere di onde, favole di riposo, scricchiolii di sabbie sotto suole di fango. Siamo echi di mare e di sole, siamo gli abissi che implorano mani di luce. Noi vogliamo restare abbracciati per accarezzarci l’anima e vedere arcobaleni che ci immergono nel profumo dell’estasi. Noi vogliamo urlare l’incanto del vento, cogliere il respiro inesplorato del “grido”, sprigionare gli attimi folli della nostra fantasia.

“Qualcuno mi chiama”, qualcuno resta nell’attimo della luce, qualcuno dissolve le ombre che ci tormentano, ed è “lampo di grido”, è “voce che s’intreccia alle nostre ossa erranti”, è “liberazione di desideri”.

Noi… restiamo in ascolto.

Parte seconda
Gli echi dei lunghi silenzi

Sì, dentro di noi c’è qualcosa, sempre, che non va. Non è colpa nostra, non è colpa di nessuno. Si è nati così: dentro di noi il nostro organismo manca di un occhio, di una gamba, di una mano e così via. Noi andiamo sempre alla ricerca di quel “pezzo” che manca al nostro “corpo interiore” e non lo troviamo mai. Ci sembra di trovarlo: – Oh – ci diciamo, – finalmente! Finalmente anche dentro di noi non manca più nulla. Abbiamo un “corpo” (un’anima, uno spirito, un organismo interplanetario, un Ufo…) dentro che è perfetto –. Già, perfetto!

Eppure, poi e sempre, noi continuiamo a cercare, a non essere soddisfatti di quel che abbiamo dentro, a cercare quel “qualcosa dentro di noi” che non troveremo mai. Ma ecco, per noi c’è il “grido” in comune. Per noi, il “grido” è l’insieme di tutti i “pezzi” che ci mancano – che ci sono sempre mancati –. E il “grido” – che ci accomuna –, ci dà quella completezza cercata (mai trovata) per tutta la vita. Il nostro “grido” ci fa conoscere – finalmente! – la tranquillità (serenità) interiore.

Non è una soluzione! Eppure noi, adesso, sappiamo che possediamo in comune qualcosa di speciale – di ultraspeciale! – e questo qualcosa di ultraspeciale racchiude quiete, scopo dello spirito, scopo di non aver vissuto per nulla. Questo qualcosa ci dà la conferma che noi esistiamo – che siamo esistiti e che esisteremo –. In più, ci conferma che ciò che noi abbiamo amato, desiderato, raggiunto, realizzato, sofferto e gioito (le nostre vittorie e le nostre sconfitte: tutte!); ebbene, tutto ciò noi, adesso, lo custodiamo dentro con gioia, perché tutte le nostre vittorie e le nostre sconfitte (tutta la nostra vita!) sono racchiuse dentro questo “grido” in comune, che accoglie desideri laceranti e respiri di passione, mani di velluto e note di sangue, stoppie in fiamme e urla d’incanto di vento. Questo nostro “grido” in comune frantuma ombre interiori e asciuga mani bagnate di pianto; ed è profumo di estasi, magia di colori, presenza di anima, occhi graffiati da sorrisi, tumulti di cuore, acqua viva che disseta, sinfonia pazza d’amore, bufera di onde, di vento, di respiro inesplorato; ed è, anche, corazza di deserto, scricchiolio di sabbia, eco di mare e di sole, mani di luce, attimo di luce, chiaroscuro di sorriso, voce che s’intreccia a tutto il nostro “corpo interiore”.

Il “grido”: un “grido”, un “urlo”, una “invocazione”, una “promessa”, un “amico” che non ha confini.

Restiamo abbracciati…

Io grido

Questa
mia
ombra
terrificante,
questo
mio
abisso!
Laggiù,
la mia
anima
accoglie
desideri
laceranti.

Io grido.

Il cuore scoppia

Canto
l’urlo
del mio
spirito
travolto
dalle onde
del mare.
La neve
scioglie
il mio
respiro
di passione
nell’attimo
folle
della fantasia:

il cuore
scoppia.

Leggerezza

Note
di sangue,
l’organo
scava
mani
di velluto.
Il mio
grido
invoca
nuvole
sedotte
dal profumo
di occhi
chiari.

Leggerezza.

Una voce chiama

Stoppie
salate
di grido,
stoppie
in fiamme.
Non c’è
tregua
nella mia
anima
imbrunita
di immagini
sfuggenti.

Una voce
chiama.

Restiamo abbracciati

Urlo
l’incanto
del vento,
chiedo
riposo.
Occhi
di gioia
frantumano
le mie
ombre.

Restiamo
abbracciati.

Arsura

La mia
carne
è
carne
di follia,
un vortice
di sorrisi
rapisce
il cielo.
Grido
la sosta
e questo
grido
asciuga
mani
lorde
di pianto.

Arsura.

Bianche scogliere di promesse

E
il grido
entra
prepotente
nella mia
gioia
e io
m’immergo
nel profumo
dell’estasi.

Bianche
scogliere
di promesse.

Accarezzo un'anima

Infine
esplode
il grido
di un
arcobaleno
e ballate
selvagge
urlano
la magia
dei colori.

Mi avvicino
piano piano
a un’anima,
l’accarezzo.

Ancora un grido

Poi
una nota di blues
nella luce,
l’ansia
di un respiro,
la presenza
di un’anima.
Ma
il mio cuore
non ascolta
visioni vaghe;
il mio cuore
anela
a un grido…

Ancora un grido.

Afferro la notte

Occhi
graffiati
dai sorrisi,
mani
pallide
di vento,
grido
accennato
di luna…
desiderio.

Afferro
la notte.

Straccio il mio grido

No,
per quell’eco
di respiro
accarezzato
dai tumulti
del cuore
non c’è
sosta.
Resto
nella furia
delle nuvole,
straccio il mio
grido.

La follia resta

Poso
la testa
sul tavolo,
vedo
dissolversi
il buio.
Io non ho
acqua viva
di grido
per dissetare
il cuore,
sfioro
soltanto
un sogno
con labbra
aride.

La follia
resta.

Il buio nelle stelle

Un grido
artiglia
l’anima,
io mi sento
nudo
davanti
all’immensità
della sinfonia
pazza
dell’amore.

Buio
nelle stelle.

Eco di mare

Bufera
di onde,
occhi
senza
sapore:
non ho
tregua,
il vuoto
vince
la morte.
Verrà
la luce
e coglierà
il respiro
inesplorato
del grido.

Eco
di mare.

Lassù, un pezzo d'azzurro

Il vento
grida
la favola
del riposo,
io ascolto
il grido
del vento
battere
sulla mia
anima
inquieta.

Lassù,
un pezzo
d’azzurro.

Eco di sole

Rompere
questa
corazza
di deserto,
togliere
lo scricchiolio
della sabbia
sotto le suole
di fango.
Dove corro
io non so,
ma laggiù
c’è
il grido
ed è

eco di sole.

Qualcuno mi chiama

Metto
le mani
sugli occhi
e non vedo
l’abisso
afferrare
la punta
dell’anima.
Urlo…
urlo…
urlo…
fino a
toccare mani
di luce.

Qualcuno
mi chiama.

Tremito d'ali

Passione!
Voglio
baciare
occhi
pallidi
graffianti
la mia
anima;
voglio
dissolvere
furie
di assenza
e restare
nell’attimo
di una luce.

Tremito
d’ali.

Solitudine

Vivo
lo smarrimento
di campana
muta.
Nessuna
sinfonia
dissolve
le mie ombre,
il cuore
s’invola
nel lampo
di un grido,
ed è
chiaroscuro
di sorriso.

Solitudine.

Resto in ascolto

La voce
s’intreccia
alle mie
ossa
erranti
e tutto
si trasforma
in grido.

Resto
in ascolto.


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