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Giovanni Chiellino è nato a Carlopoli (Catanzaro) nel 1937 e risiede a Torino. Era importante accennare alla data di nascita perché essa ci introduce direttamente a quella generazione che ancora non aveva ucciso i "suoi" poeti. Chiellino reca impresso il segno della memoria come un martire le stimmate, dal unto di vista generazionale egli viene immediatamente prima di coloro che sottoposero la poesia al processo critico (ed anche ideologico) decretandone l'inutilità la superfluità, l'incomunicabilità, l'autismo etcetera. Poi nel corso degli anni Novanta è stato rivisitato il poeta di Recanati e diversi studiosi hanno riconosciuto in Leopardi il maggior poeta italiano dopo Dante. Non che prima Leopardi non fosse adeguatamente apprezzato, ma soltanto ora questi viene posto in un piano così indiscusso che la sua poesia viene letta come il più alto documento artistico della crisi.

Perché Leopardi? Ma perché Giovanni Chiellino elabora un suo progetto catartico della crisi, legge il mondo con la lente della memoria, o meglio il volto della memoria. A ragione Dante Maffia nella prefazione parla di "solarità mediterranea" e di "chiarezza di linee portanti... dove le cose ancora si chiamano con il loro nome e dove la memoria non è sbiadito ricordo... di eventi, ma innesto di radici, ritorno, nostos". Di qui – la linea Leopardi –Betocchi che Chiellino rielabora con l'innesto di elementi prosodici di ampio respiro: “ Il cielo è quello di sempre: il Carro, Orione, la Stella Polare... | E' quello che, nella tremenda | notte degli ulivi, | guardarono Giuda e i centurioni, | Matteo e Simone erano distratti da un fruscio che veniva da lontano, | eppure non c'era alito di vento | e l'erbe e le foglie sostenevano | un peso enorme di silenzio || Forse invisibili ali di angeli? || Si fermarono i levrieri del tempo | rompendo il meccanismo dell'orologio". Qui siamo dinanzi al teatro della Storia, eventi drammatici ed emblematici si profilano all'orizzonte, la poesia si staglia su un fondale di eventi grandiosi e minacciosi. La poesia di Chiellino, anche quando si arresta dinanzi alle umili erbe che oscillano al vento, al "mormorio di gemme", alle "primule e rose" e al "canto d'usignuolo", non ha mai il sapore stucchevole della lirica mielosa, il tono e la dizione è sempre icastico, asciutto, anche se il tocco è lieve e la mano del poeta guida le parole come un pastore il suo gregge: "Sbiancava la stella del mattino fiori bianchi sul greto del torrente e il canto della fanciulla | turbò il silenzio | nell'ora trasparente. || Ala di luna lucente | ghermiva le foglie dell'olmo | e la mano del vento | sfiorò la tua chiara fronte". E' vero che Chiellino sconta la crisi irreversibile che la lirica ha attraversato nel Novecento, ma è altrettanto vero che il poeta di Carlopoli indica con precisione una via di uscita nella "rifondazione" della lirica (vedi in proposito le splendide liriche della seconda ed ultima sezione del libro "Il ponte dell'anima") attraverso un duplice movimento: arretramento alla linea lirica Leopardi-Betocchi e innovazione moderata mediante una costante assimilazione prosodica ("L'autunno.– un giallo precipitare, | il distacco, la morte, tanta morte | fra la prima e l'ultima diastole"). Parole di imperturbata semplicità di un poeta giunto ad una piena armonia tra la sistole e la diastole, tra i movimenti e le tensioni divergenti e le forze cosmiche che inducono all'unità

Recensione
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