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La seduzione dello stile nella poesia di Mirko Servetti

Con quotidiane seduzioni (2004) mai la poesia contemporanea aveva saputo proporre una tale drastica e totale identificazione dell’antinomia tra la Tradizione e l’Antitradizione; e forse lo scintillio che tale giustapposizione produce è impareggiabilmente posto come Fondamento del poiein e sua clausura. Con la sottilissima metaironia di Mirko Servetti viene servito il condimento dello stile come museo di frasari nobili (la cui struttura imperiale disciplina la propria curiale lontananza dall’empiria) e frasari ignobili: enunciati fàtici che enumerano la propria belligerante aseità e insignificanza. La consapevolezza che Servetti dimostra in questo libro, che ormai è diventato ovvio tutto ciò per cui la belligeranza dell’Opposizione della post-avanguardia e il risentimento dei neo-orfici intendevano porre come la porta carraia di un nuovo avanzamento della ricerca artistica, la consapevolezza, dicevo, del poeta ligure si dimostra astutissima e strategicamente azzeccata.

Servetti prende atto con esemplare lungimiranza che l’automatizzazione della tecnica poetica è parte integrante di quel processo che coinvolge tutto l’apparato produttivo: come la tecnologia miniaturizzata dei chip consente il dispiegarsi della cibernetica, così la tecnica poetica risponde, con una miniaturizzazione della propria procedura, alla macrominiaturizzazione dell’apparato produttivo. E se la tecnica è servile è perché essa è servente. Ma la tecnica poetica no: essa serve soltanto la menzogna che la propria procedura reca in sé come un marchio affittivo. Ecco spiegato il dispregio del poeta verso la procedura post-sperimentale intesa come massimo inveramento di quel processo che ha dotato la tecnica di una legittima vita propria. Servetti, che peraltro proviene dalla schiera dei poeti della seconda generazione sperimentale essendo nato nel 1953, prende atto e deglutisce a livello stilistico il fatto che fino ad oggi le rivoluzioni artistiche sono divenute reazionarie, e che ogni pretesa e pretesca rivoluzione non è altro in realtà che l’autoaffermazione di una rappresentanza, mera autolegittimazione di un ceto impiegatizio intellettuale. È apparentemente paradossale la chiave di volta impiegata dal poeta ligure per il montaggio dei propri testi: il colto lessico di derivazione montaliana, pascoliana e neocrepuscolare viene montato su un cliché sperimentale; è il montaggio che sfrigola per l’attrito con i propri stessi materiali, è questa la novità dell’impostazione di Servetti: non più l’attrito tra l’aulico e il prosaico, concetto elevato scolasticamente a dogma indiscusso perfino dalla rivoluzionaria post-avanguardia, bensì frizione tra il lessico aulico ereditato dalla tradizione e montaggio di esso in un costrutto che ne mina la pretesa egemonica nel momento stesso che ne codifica il trionfo storico ed ideologico.

D’improvviso, Mirko Servetti si situa in una posizione allo stesso tempo intelligentissima e terribilmente periclitante, rischiando di irritare gli opposti schieramenti dell’arco costituzionale del conformismo letterario e di venirsi a trovare in una zona di irriconoscibilità, e quindi di assoluto isolamento. “L’itinerario di scrittura che caratterizza l’opera di Mirko Servetti – scrive Alessandro Raffi nella postfazione –, dagli esordi beat di Quasi sicuramente un’ombra (1984), passando attraverso le sperimentazioni neoavanguardistiche dei Canti Tolemaici (1989), fino all’attuale stagione neoclassica… appare contrassegnato da una linea di coerenza assai vigorosa… Viene quasi da pensare ad una sorta di ricerca metafisica, nel senso della corrente pittorica del Novecento”. Fermo restando che il problema sollevato dal prefatore di un orientamento “metafisico” del poeta ligure appare senz’altro destituito di fondamento critico (e qui si dovrebbe aprire un discorso sulle fondamenta metafisiche di tutta la grande poesia europea del Novecento) in quanto andrebbe precisato e provato testualmente il senso e la portata della ricerca metafisica perseguita da Servetti, tuttavia dietro la levigata superficie dei versi di Quotidiane seduzioni, traspare la cogenza impressa dallo stile neoclassico del poeta, la vigile coscienza che il neoclassicismo mostrato in pompa magna sia in realtà lo specchio per le allodole per i critici intonsi: il severissimo impianto stilistico denota, senza indugio, il sospetto e il dispregio dell’autore verso ogni problema di stile per lo stile, verso ogni fede nello stile che viene a degradarsi in assunzione di una funzione servile. Servetti, il maestro di stile, giunge alla drastica conclusione che lo stile è servente in quanto sottoposto alla cogenza di una legislazione immanente, e quindi prodotto di reificazione.

Servetti è forse uno dei pochissimi poeti a me noti che giunge alla conclusione che il bello stile, anche lo stile più rarefatto, è anche il prodotto della barbarie della cultura che quello stile legittima e finanzia; Servetti ha una acutissima percezione di questo nesso problematico, ma non può avviarlo a soluzione senza procedere dentro i gangli della questione dello stile, senza procedere a smontare e a rimontare lo stile come un meccano, o meglio, come un meccanismo. Servetti è finalmente giunto alla conclusione che lo stile è la configurazione estetica di un insieme di enunciati omogenei e che ciò che legittima lo stile è lo stile stesso. Può sembrare una tautologia ed invece si tratta di un vicolo cieco verso il progresso delle forme estetiche. Il problema che in altri poeti di minore levatura non viene neanche sospettato, assume in Mirko Servetti una dimensione assolutamente preponderante: lo stile che punta alla perfezione precipita in un buco nero senza fondo, lo stile precipita nello stile. Piuttosto che una costruzione lo stile si rivela essere una vera e propria combustione, non più catena di rimandi da segno a segno ma catena di prigioni dorate che non rimandano ad alcun segno e ad alcun senso:

Tralucono le diatomee da un secchio
di salasso balcano che, stornato
all’albedine come tu volevi,
sloggia la bozzima dal tuo cambrì.
Urlacchiano albanelle a fil d’orecchio
per affermare che molto è apprezzato
il tuo nulla da dire se i primevi
ricordi s’immischiano, a mezzodì,
con l’ebrietà che sturba le criniere
tue d’alga ravvolte a quegli arcolai
simili a nidi di rondine. Sere
fa udimmo, pisciando ai lucertolai
per scherzo, il risbuffar di ciminiere.
già lo abbiamo scordato, come sai

Orgogliosamente irriverente alla Tradizione (qui la parodia del linguaggio del primo Montale sta in vece dell’Arte con la A maiuscola), la poesia di Mirko Servetti opera con tutte le sue forze in direzione della nullificazione e del nichilismo; dopo aver superato tutte le tappe intermedie, sfocia nel “negativo” per interna combustione di tutto il combustibile disponibile. È giunto in prossimità del non pronunciamento a seguito della presa di coscienza che nella nuova modalità del villaggio globale “lo stesso bisogno di arte è ampiamente ideologico; si potrebbe vivere anche senza arte non solo obbiettivamente, ma anche secondo l’economia spirituale dei consumatori che, mutando le condizioni della loro esistenza, si possono indurre senza fatica a cambiar gusto, purché il cambiamento segua la linea del minimo sforzo” * (T.W. Adorno Teoria estetica Torino Einaudi 1970 p. 343).

Potevamo tradurre il Novecento
da nome a nome. Non l’ho mai saputo.
O meglio, ho sempre solo creduto
al valore d’uso di quel momento

È la presa d’atto dell’impossibilità, nelle condizioni attuali dell’economia spirituale, che un’ultima avanguardia di là da venire è una faccenda da salotti intellettuali posticci e à la page.

Recensione
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