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In un mondo così abbruttito, preda di egoismi di ogni tipo, la pratica della scrittura, sia essa in versi che in prosa (narrativa, saggistica, ecc..), nella sua acclarata “bellezza inutile”, a mio parere, resta, insieme alle altre arti (musica, arti visive ecc…), uno dei pochi salvagente per non crollare definitivamente e abbandonare il campo. Questo sentimento viene ancor più rafforzato quando si viene a contatto con la prosa duttile e magniloquente allo stesso tempo, di uno scrittore fuori della mischia, com’è, appunto, l’autore di questo volume Dalla Calabria al Pianeta, Luigi Condemi di Fragastò, scandito tra racconti brevi e/o riflessioni in prosa e versi.

Devo subito confessare che ho trovato oltremodo interessanti, sia per la struttura ritmica sia per i contenuti, i brani in prosa, mentre le poesie risentono di una fragilità compositiva e concettuale che quasi non sembrano scritte dalla stessa persona. Il fil rouge che lega l’intero corpus è l’amore sincero per la propria terra d’origine, la Calabria, della quale analizza in profondità costumi, fatti, situazioni con spirito fortemente critico. D’altronde la sua professione di magistrato lo porta a non allontanarsi troppo dalla realtà, e lo dimostra quando scrive che: “In Calabria l’ineluttabilità è di casa, come lo sono le alluvioni, i soprusi, l’inefficienza politica, la miseria e la mafia. Della Magna Grecia, la Calabria ha ereditato soprattutto il senso della tragedia e, appunto, l’ineluttabilità dei fatti tragici della vita: E’ un suo tremendo destino”. Queste riflessioni amare sono tratte dal brano, dal titolo, altrettanto emblematico, di “Ineluttabilità” nel quale si narra di una vicenda davvero triste successa a “Stilo, cittadina calabrese di origine medievale”. Una vicenda di mafia come tante che nella realtà continuano a insanguinare i paesi della Calabria e di altre regioni meridionali, ma anche città del Nord Italia. Struggente l’attacco. Rileggiamolo insieme: “Le case di Stilo, che godono del sole in faccia e dell’aria pulita e che guardano a mezzogiorno, verso il mare, sembra che attendano da millenni, in un fresco mattino di primavera già descritto da Erodoto, il ritorno dei loro emigranti, che come novelli Argonauti sono sparsi per il mondo alla ricerca della loro porzione di felicità. Ogni finestra ha un vaso di basilico e l’olio si conserva ancora negli orci di terracotta”. Una pagina che pullula di arcaicità, di un tempo rarefatto, ai limiti dell’irrealtà, eppure esprime la dimensione di un mondo ancora attuale e ricco di una sua verità.

“Distrazioni d’amore”, il brano che apre la raccolta, quello che più ci ha sorpreso, perché in esso l’autore ha mescolato ricordi e vissuto con un transfert davvero unitario, è godibilissimo per la sua prosa accattivante e scorrevole, che tiene il lettore legato a sé per un’aurea di mistero che avvolge il racconto. Il pretesto può anche apparire banale, ovvio, uno dei tanti che le cronache ci propinano, ma qui l’incontro tra il docente universitario e la professoressa, dal nome a lui sgradito di Maddalena, originaria “di Polistena, grosso centro della piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria”, che ha ripreso a studiare lettere classiche all’Università romana della Sapienza. Il loro innamoramento nasce all’insegna della modernità. E’ annunciato – come due giovanotti di primo pelo - da un sms telefonico: “Achille Tazio dice che l’innamorato non dorme o sogna l’amata”. E’ l’incipit per incontrarsi e via via stabilire una relazione culminata con una tre giorni infuocata per ritornare al tran tran della vita quotidiana, nella frastornante capitale. Ed è un risveglio amaro perché il protagonista si ritrova in un letto d’ospedale dove ha giaciuto sospeso tra la vita e la morte, quello stesso  periodo di tempo in cui ha vissuto la sua esaltante passione d’amore per Maddalena. E allora non può far altro che interrogarsi su quegli “insondabili misteri che l’uomo non è ancora riuscito a spiegare”, e che si porterà dietro per tutta la sua avventura terrena.

E il libro si conclude con una pagina esaltante di “Ricordi calabresi”, ma soprattutto con un aforisma dedicato a “La bellezza”, dove l’autore sancisce che “La vera bellezza è la bellezza inconsapevole”. Come si può non essere d’accordo?

Recensione
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