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La tesi del saggio di Emerico Giachery è condensata nell'excipit, dopo la rilettura mirata di varie pagine della produzione dialettale di Gioacchino Belli. La grandezza del poeta romano consiste nell'adesione, dopo aver impersonato a lungo la maschera di intellettuale accademico, al collettivo popolare, in una sorta di voluta regressione, come nel caso Verga, richiamato appunto nell'ultimo capitolo dell'opera. L'arte trova la sua esaltazione nella produzione dialettale di Belli come in quella rusticana di Verga, in un connubio con la vita del popolo, cioé con la dimensione prima e vera, mettendo in opera i suoi strumenti e la sue tecniche per fissare espressioni naturali ed irriflesse, destinate a rimanere fuori dal serbatoio della storia, nell'insignificanza del divenire, pur se ricche ed energiche sul versante della vita.

Il saggio di Giachery sorprende il lettore che si aspetta di scorrere una biografia del personaggio Belli nella canoniche voci afferenti il contesto storico, la produzione, il messaggio ideologico, presentandogli invece un discorso di tipo poetico antropologico, in cui il poeta dei sonetti romaneschi trova la sua collocazione accanto a grandi poeti, classici e volgari, per la sua virtù poetica, come capacità di cogliere la varietà e la polifonia del mondo.

Non mancano certo allusioni all'ambiente di vita del Belli, alla Roma dei Papi, alla chiusura stantia e dogmatica, alla dicotomia tra il potere mondano dei pochi e la rassegnazione ironica e scanzonata dei più, ai rituali mummificati delle quaresime e alle voci mordaci ispirate all'ambiguo gioco delle pasquinate. Tutta la situazione, fissata ab aeterno, emerge nella rilettura dei sonetti citati nei capitoli del lavoro critico. Anche dell'ideologia politica, tanto dibattuta sia a proposito di Belli che di Verga, non si parla esplicitamente nel saggio, tranne nella constatazione di una duplicità del poeta, tra Accademico, inserito nella società dotta, e simpatizzante popolare alla riscoperta di una umanità genuina e senza paludamenti.

Il nostro Poeta è inserito nel filone popolare comico, definito anche carnevalesco dal critico russo Bachtin, impegnato a distinguere una poesia polifonica, creativa ed autentica, opposta all'espressione monologica ed astratta degli ambienti aulici, in analogia con il Carnevale, momento di vitalità travolgente, totale e onnicomprensiva, in opposizione alle norme e forme della vita sociale. La vera vita aspira ad essere libera ed autentica, vicina alla natura, come la poesia, per sua vocazione, non vuole essere costretta nelle serre dei letterati, ma conservare il contatto con i meccanismi creativi della natura. Si tratta del binomio Vita- Arte, tanto apprezzato nella poesia ingenua degli antichi e ricercato dai poeti moderni con esiti di problematica e pendolare oscillazione tra l'informe e viscerale vita naturale e i dettati dell'ars. Belli, insieme a Pulci, Folengo, Goldoni, fino a Verga e Gadda, rappresenta una poesia giunta, per vie miracolose ed inspiegabili, alla sua vera esplosione e realizzazione, facendosi tutt'uno con la vita nella sua totalità ed assolutezza, nella sua libertà creativa.E ' un riconoscere che la poesia, di fronte agli artifici della civiltà, deve ridiscendre agli Inferi, cioé alle Madri, ai demoni e alle forze primigenie, come nelle notti di Walpurga attraversate dall'eroe goethiano.

Ponendo al centro il Carnevale, l'Autore del saggio non vuole legare la poesia esclusivamente all'espressione dialettale, e infatti vari autori annoverati in questo filone hanno praticato scelte linguistiche di più complesso ed ardito plurilinguismo, ma ad altri elementi connotativi, come creatività, vitalità edonistica, polifonia e soprattutto libertà, che è attraversamento e smascheramento delle forme, vanitas vanitatum del divenire e gioia dell'attimo. Il confronto più intonato alla tesi bachtiana è quello tra Belli e Goldoni, entrambi disponibili a scendere in piazza per cogliere gesti e sensazioni del Carnevale della loro città, tra pienezza di colori e presentimenti malinconici della fine.La dimensione della festa, nel suo slancio vitale e nel senso di infinito, viene vista, in accordo con il pensiero antropologico, come un archetipo delle civiltà, raccolto dalla poesia che sa farsi specchio della vita.

Nel saggio di Emerico Giachery la poesia di Belli, quindi, acquista valore non in rapporto ad un contesto storico determinato o ad un genere letterario retoricamente distinto, ma come richiamo di archetipi antropologici e di quella categoria dionisiaca, emersa fin dal mondo greco, portatrice di armonica vitalità ed ispiratrice dell'arte.

Recensione
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