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Esaurita la tradizione classicistica, nella temperie romantica e simbolista, circoli ed associazioni intellettuali pongono al centro dell'attenzione l'estetica, in un dibattito volto a chiarire gli elementi genetici e distintivi del linguaggio artistico poetico. Emerico Giachery, nel libro Gioia dell'interpretare, dal sottotitolo “ Motivi, Stile, Simboli” ancor più illuminante ai fini della successiva indagine, ripercorre, con la citazione di illustri nomi del mondo letterario e flash del loro pensiero, tanto fermento ermeneutico emerso dalle ceneri del chiuso determinismo razionalistico, con l'esperienza diretta dello studioso e la passione, più volte dichiarata, verso il testo poetico. Molte volte è stata proprio l'attività di docente che lo ha avvicinato ad autori non ancora appartenenti al proprio interesse culturale e capaci di formire poi lezioni di stile.Quanto alla passione, espressa dall'autore con l'esprit de finesse dei suoi interventi personali autobiografici, può essere assimilata ad una dote interiore, ad una volontà di penetrazione e ricerca esistenziale che, si evincerà dalle pagine dello scritto, accomuna il poeta e l'interprete delle sua poesia.

Una linea ermeneutica flessibile, e non ripiegata su se stessa e sui suoi elitari strumenti analitici, allontana il lavoro critico dall'aridità scientifica, rendendolo aperto e disponibile al problema della comprensione. L'approccio testuale viene vagliato da Emerico Giachery in base alla sensibilità e alla migliore approssimazione alle zone dell'anima, trasfuse nel discorso poetico. Con questa visione dell'attività critica, non come serioso ed arido mestiere, ma slancio umano e amor vitae che anima e percorre tutti i piani dell'arte, l'Autore del saggio può attraversare le varie scuole interpretative senza calarsi in nessuna formula, facendo consonare lo spiritualismo di Croce con l'analisi funzionale degli strutturalisti e con l'enfasi profetico- rivelatrice di Heidegger; perfino la lezione delle varianti testuali, considerate dalla mistica crociana come grezzi scartafacci, viene favorevolmente acquisita ai fini del percorso conoscitivo interiore.

Si tratta, comunque, alla luce di analogie di fondo, di un approccio stilistico, teso a cogliere gli elementi del linguaggio, e soprattutto quelli che operano scarti e deviazioni dalla normale comunicazione, inferenze utili, alla pari delle devianze comportamentali per lo psicologo, per scoprire l'area soggettiva, conscia ed inconscia, dell' uomo nel mondo. Il saggio vuole essere, a tal proposito, un grato riconoscimento di un riverente discepolo verso un illustre Maestro di critica estetica, Leo Spitzer, ascoltato direttamente da giovane e richiamato di frequente nel corso del presente saggio, che appare riccamente nutrito delle umane intuizioni ed illuminazioni spitzeriane.Il non metodo del Maestro, con ironica allusione socratica, viene definito una qualità, un vero stato di grazia, che salva dal vieto meccanicismo di una certa critica improntata a scientifico rigore, per immettere la poesia e il suo intendimento nel mezzo dell'Erlebnis e delle forze della vita.

Giachery evoca tutto il retroterra filosofico e psicologico che innerva questa visione umana e soggettiva dello stile poetico, in cui il critico, per una sua apertura e disposizione empatica, deve saper riconoscere nelle particolari scelte del discorso delle vere forme di animazione, che illuminano sulla coscienza individuale e collettiva. Su queste linee tensionali del linguaggio, talora associate a semplici sintagmi o parole, Egli elabora una teoria di motivi e simboli, cioé miti facenti capo, attraverso l'individuale sentimento, a costanti anche religiose dell'umanità. La figura reale e squallidamente concreta di Aspasia, opposta alle altre donne dei Canti leopardiani dalle valenze arcadiche ed edeniche, il sintagma “di qua e di là” nei Malavoglia, la tensione verticale e sacrale delle montagne ungarettiane, alleggerite dal peso della materia, diventano simboli di universali della vita; come già gli antichi miti essi parlano della condizione umana fragile e dimidiata tra idea e raltà, stabilità e dispersione.

Emerico Giachery, con questo saggio, non solo entra nel dibattito estetico critico, tenuto vivo da circoli ed intellettuali di tutto un secolo denso di scoperte ed innovazioni, ma sembra concluderlo con la ricerca di convergenze e con uno spirito di pietas e caritas, che nelle Sue testuali parole, suona come invito a comprendere, di là da ogni integralismo dottrinario.

Recensione
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