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I dialoghi di Notturno indiano di Tabucchi

Nei dialoghi di Notturno indiano la scrittura di Tabucchi diventa frammentaria e discontinua, come se ci fosse una certa incapacità a collocare i segmenti in una successione consequenziale, caratteristica comune dello scrittore del Novecento, non più avvezzo alla fluidità narrativa, ordinata secondo canoni di logico buon senso e un'equilibrata distribuzione delle parti.

Con il discorso diretto l'autore tradizionale esponeva in primo piano i personaggi, che uscivano, così, dal sistema generale e rivelavano la loro visione della vita proprio nella reciprocità delle voci. Anzi, dalla corresponsione delle voci, non solo emergeva in modo autentico il carattere del dialogante, ma anche lo sviluppo che il pensiero di ciascuno subiva nel rapporto con l'altro, facendo avanzare la storia. Il dialogo, infatti, è un dinamismo che introduce il confronto tra punti di vista, impedendo la stagnazione del pensiero con risultati di avanzamento, o almeno di più profonda consapevolezza nel ribadire una posizione. A tale conformazione risponde il dialogo socratico, riportato da Platone, in cui il filosofo, nonostante l'aprioristica superiorità, si pone alla pari con il suo interlocutore per fare emergere, dalla dialettica di parole ed esperienze, la verità. Anche quando la verità ultima è incerta e il dialogo è aporetico, è sempre presente una dialettica animata, con la ricerca di nuove esperienze e definizioni che possono dare slancio e crescita al pensiero.

Tabucchi ricorre al dialogo in maniera parca e più nei romanzi che nei racconti e usa mettere in rapporto personaggi sconosciuti, incontrati per caso, motivo per cui il dialogo stenta a decollare e subisce un andamento frammentario, talora impacciato. Particolare connotazione assumono i dialoghi dei capitoli quarto e sesto del romanzo Notturno indiano, soprattutto per motivi legati alla cultura dei personaggi e all'incontro in un particolare momento della loro ricerca esistenziale. Nel capitolo quarto i due interlocutori non sembrano essere presenti all'hic et nunc, alla circostanza che li ha fatto incontrare in una stazioncina solitaria di Bombay, ma sembrano guardare altrove, ad una realtà ineffabile ed abissale, come si esplicherà meglio in seguito. Il protagonista del romanzo, che sta compiendo un viaggio in India, incontra un jainista, da cui partono parole indefinite e riflesse, tanto da lasciare, fin dall'inizio, adito a sorpresa e sospensione; prima che al dialogo, l'autore mira a fornirci la descrizione di un incontro fuori dal comune, con un personaggio quasi invisibile nell'atmosfera crepuscolare di una stazione; l'ambiente, trascurato ed immerso in un'aria di solitudine, agisce sull'animo dei due casuali pellegrini, spingendoli a liberare le loro emozioni profonde in una trama che travalica la parola discorsiva, per attingere alla totalità del sacro e poetico. Tra le battute, voci personali in libertà, intercorrono pause e vuoti che rallentano ogni conclusione e riflettono l'atmosfera sonnolenta della sera. Le pause nell'opera tabucchiana sono sempre significative, indicano il corso della riflessione, assenza di certezze, straniamento e solitudine; la parola vorrebbe essere il momento della risoluzione, in cui il flusso segreto prende forma, ma porta con sé la carica e l'energia della lunga gestazione. Sensazioni visive e uditive prevaricano sulle parole e contribuiscono ad uno scavo interiore così lacerante da rallentare i canali della comunicazione verbale; la vista, infatti, vaga tra i colori cinerei della sera e la luce scialba della veilleuse e a fatica riesce a dare entità alle figure allungate ed evanescenti; l'udito viene attratto da canti rallentati e lontani, simili ad accorate preci di oranti in un deserto. Le voci stesse dalla cadenza frammentata hanno contenuti metaforici, suonano come testi poetici che, con i loro traslati, suscitano risonanze profonde al di là della conversazione quotidiana. I due frammenti, che più risaltano, contengono l'allusione al corpo con la metafora della valigia, come involucro protettivo del contenuto, allusione filosofica che prima suona come terreno comune al pensiero occidentale ed orientale, poi divarica i due mondi, quello del santone jainista e quello razionalista dell'uomo colto occidentale. Il problema dell'anima diventa urgente per i due interlocutori, l'uno in pellegrinaggio verso la morte con la fiducia in un buon esito per l'anima, l'altro alla ricerca accorata di un sé straniato ed enigmatico.

Il dialogo del capitolo quarto ha un andamento ad anello, nel senso che si chiude su se stesso dopo elementi di rallentamento che sembrano deviare dall'incipit. “Che cosa ci facciamo dentro questi corpi?” sono le prime riflessioni parlate del santone; l'io narrante avverte subito che questa non è una vera domanda perché, nonostante il tono interrogativo, indica piuttosto un pensiero profondo che circola nella sua mente, una filosofia tesa a separare il corpo, ciò che è apparente e tangibile, contrassegnato dal deittico “questo”, da qualcosa di più importante e duraturo, l'io che parla e pensa, in modo invisibile muove il corpo e ad esso sopravvive. Il santone sembra ignorare perché si trova rinchiuso in quella maschera materiale, ma sa che il suo io profondo, la sua anima, il karma, precede la vicenda corporea e la segue. All'interrogativo succede il silenzio, ispirato dalle suggestive sensazioni: la luce giallastra che proietta sulle pareti scrostate l'ombra magra e leggera del viandante, la preghiera lamentosa in lontananza. Si fa quindi strada una prima risposta dell'interlocutore: “Forse ci viaggiamo dentro”. La risposta porta avanti la domanda in linea di profondità, indicando che il viaggiatore occidentale ha decifrato nel frattempo l'allusione dell'altro e l'ha riassunta con la sua doppia metafora. Le due metafore della valigia e del viaggio esprimono la filosofia della vita come viaggio e, allo stesso tempo, la filosofia dell'anima che si lega al corpo e, al momento determinato, se ne separa portando l'esperienza terrena in un'altra dimensione. La pregnanza e l'intensità del linguaggio metaforico è capace di rendere il concetto con una velocità negata al linguaggio canonico della filosofia; qui la filosofia è tutta concisa e raggrumata nella scelta della parola, che agisce da sola senza l'appoggio di nessi e passaggi. La parola appare gomitolo compattato, che si dispiega dapprima nella mente pensante e poi nella mente di chi ascolta. Del resto la descrizione suggestiva della stazione tra luce, ombra e nenia, ricorda la caverna della Repubblica platonica, il mito a cui Platone ricorre per esporre la teoria della conoscenza, creando un racconto poetico da associare alle fasi del percorso teorico. Il dialogo tra i due viandanti,invece, non ha bisogno di essere illustrato da un altro testo, e la mancanza di passaggi è suffragata dall'energia della parola poetica. Seguono ancora pause descrittive sulla luce della stazione diventata verdastra e luttuosa, sull'ombra del santone sempre più magra dal profilo aguzzo, e sul canto di lontano che è “pianto per la cattiveria del mondo”; segue la citazione di Mantegna che suona estemporanea, rivolta ad un uomo indiano, seguono convenevoli di accresciuta familiarità e la rivelazione della reciproca identità: il santone è diretto a Benares, l'io narrante a Madras, e il loro viaggio, se pur diverso, è chiamato pellegrinaggio. Le battute adombrano, infatti, un senso religioso, con la citazione della città santa di Benares, del Vangelo di Cristo, e le riflessioni strascicate sull'uso inglese di certe parole che, con un gioco di sottile nichilismo, non significano niente, forse come la vita terrena e il suo viaggio. Così la conclusione riprende la metafora iniziale, con la filosofia della vita e della morte, del corpo e dell'anima, ormai sviscerata interiormente con l'appoggio del gesto, delle pause, delle emozioni intermedie destate dall'aria serale.

Si è trattato di un dialogo inconsueto, senza la sincronia e consequenzialità tra domanda e risposta, un dialogo – monologo, perché i due viandanti vanno meditando dentro di sé dei pensieri che, pur in modo diverso, fervono ed urgono, muovono il loro operato, ma stentano a trovare soluzione e perfino ad incarnarsi nella parola. Del resto si tratta di problemi esistenziali che solo il linguaggio dell'animo può condensare e che si protraggono per tutta l'esistenza. Certo il pensiero non procede fisso ed assillante, altrimenti impedirebbe la stessa vita, rimane nel sottofondo come un fiume sotterraneo che talora, e specie verso la foce, compare in superficie in modo impetuoso. Nel mezzo scorre la vita con i suoi eventi intermedi, talora superficiali e devianti, riempitivi del tempo assegnato. Il dialogo del capitolo quarto sembra proprio metafora della vita, che pone domande cruciali, ma poi permette di dimenticarle, di eluderle nelle circostanze del ricco effimero quotidiano, ma anche di continuare a macerarle in silenzio.

Anche se tutto sembra avvenire casualmente, come nel corso di un viaggio, ci si accorge che il contatto nasce da un flusso intuitivo di sensazioni e finisce per legare individui di affine spiritualità. Al di là delle apparenze, queste persone, con la velocità che solo i sensi posseggono, si studiano e si isolano dal contesto esterno, per attivare la loro forma inedita di comunicazione. Le parole, qui, non sono la principale espressione e, quando vengono emesse, sono cariche di un'energia che proviene da una totalità personale, memoriale, cosmica. Il dialogo non si esaurisce nella voce e nel momento dell'emissione della voce, ma impernia le pause, i gesti, il flusso dei sensi esterni e interni, così che sembra di assistere a una forma di comunicazione interrotta, afasica, in cui solo alla fine di un processo articolato e molteplice avviene la canalizzazione nel codice verbale. In Tabucchi, quindi, il dialogo è pluridimensionale e, piuttosto che nella sequela delle voci, fa perno su tutte le forme dell'avvertimento interiore. Sono più importanti le pause dell'azione, i silenzi delle parole, come i vuoti tra le note, atti a mettere meglio a fuoco i messaggi e a prolungarne l'effetto. Il lettore di Tabucchi a volte perde la logica narrativa, proprio per l'intercalarsi di descrizioni- sensazioni che deviano dalla rotta e frustrano l'attesa, ma poi i frammenti si ricompongono e funzionano come segnavia di una concertazione poetico- musicale dalle profonde connotazioni esistenziali

Altro esemplare di dialogo asincronico e ad effetto ritardato si svolge nel capitolo sesto, tra l'io narrante e il direttore della società teosofica di Madras. Il protagonista vi si è recato in una delle tappe del viaggio indiano alla ricerca dell'amico Xavier. Anche qui gli elementi portanti sono intramezzati da curiosità culturali di due persone colte appartenenti a mondi diversi, ma comunicanti in quella commistione tra Oriente ed Occidente, in alcuni periodi addirittura densa e qualificante. Tale commistione delle due culture porta nel dialogo i nomi di Schelling, Schlegel, Annie Besant, Hesse, Pessoa, autori noti a Tabucchi, specialmente gli ultimi due, che costituiscono le colonne portanti della sua opera narrativa. Le curiosità intellettuali del direttore indiano indispongono il protagonista, che vorrebbe arrivare al suo obiettivo, di avere notizie dell'amico, che sicuramente ha avuto contatti con la società teosofica. Pure in così varia articolazione dialogica, naturale nell'incontro di due personaggi di tal fatta ed educati alla cortesia che richiede, appunto, l'osservanza di alcune norme basilari, come la reciproca presentazione e i motivi dell'incontro, nel fondo fermenta una dimensione notturna e metafisica. Questo fermento lascia tracce qua e là, opera nel fondo abissale della coscienza, per risalire nei momenti di maggiore tensione. L'input è l'incipit stesso del dialogo con il riferimento ad una citazione di V. Hugo sul corpo umano, un'apparenza che nasconde la vera realtà, presente in un'opera il cui titolo iniziale era I doppi fondi dell'abisso, quanto mai significativo per avviare la ricerca sull'anima e il suo rapporto con il corpo. Riemerge l'interesse per l'anima, che Tabucchi conduce nel corpo nelle sue opere, fino ad approdare ad alcune conclusioni in Sostiene Pereira, sulla scorta di Freud e di medici psicologi francesi. Il dialogo si conclude in modo inusuale e pregnante, con la citazione di alcuni versi della poesia “Natale” di Pessoa: “La scienza cieca ara vane zolle / La fede pazza vive il sogno del suo culto / Un nuovo dio è solo una parola / Non credere o cercare: tutto è occulto”; si tratta di una poesia cara a Tabucchi, che l'ha inclusa in un raccolta di poesie di Pessoa e l'ha riproposta in Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa, se pur con alcune variazioni, sulle labbra del poeta morente. E' la parte più importante del dialogo, in apparenza imperniato sulla ricerca di informazioni dell'amico, in realtà cova motivi profondi, proprio quelli che hanno determinato il viaggio esoterico in India. La cultura indiana tradizionale, volta alla ricerca dell'occulto mistero dell'essere e penetrata in certi meandri artistici del pensiero europeo proprio nei momenti di maggior progresso scientifico razionale come suo necessario contraltare, costituisce il tema dominante di Notturno indiano. In questo dialogo, appunto, tutto quello che cova nel pensiero profondo dell'autore, emerge alla luce per frammenti e semplici contrassegni, ma proprio il carattere viscerale rende più autentica la comunicazione. Ci supporta, al proposito, la conoscenza della psicologia tabucchiana che, come ogni psicologia in quanto parte segreta dell'io, tenta di coprire e rimuovere ciò che invece è fondamentale e strutturale e che, perciò, deve cercare vie traverse per emergere.

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