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Passive Perlustrazioni

Ah, quelle viscere dolenti

L'Autore, drammatico affabulatore di drammi intrisi da pesanti sentori d'un intero mondo stantio e inesorabilmente maleodorante, spazia in un mondo maledetto che, in sottofondo, sembra respingerlo, senza ricorrere a moralismi o a discolpe, prospettando anche catene abbattute ma non per espungere.

E' il mondo che, ad esempio, farebbe di Gioe (il protagonista del primo racconto, “Nulla creativo”) un caso clinico, mentre Gioe si limita a viversi la propria obliqua esistenza di individuo, impegolato nel suo personalissimo modo d'esistere.

Lo psicopatologo ne è affascinato mentre il sociologo lo classificherebbe come esponente medio d'una massa sbandata.

La grande finzione di Velio Carratoni è quella di far credere di appartenervi; la sua metafora è quella di avvalorare la merce avariata come natura ultima e inespugnabile di quel rovesciamento di sé stesso, limitato alla propria declinazione di letterato-scrittore. Per lui sarebbe utile sapere, scoprire, ma preferisce coinvolgersi anche se in inutili sbirciate o approcci.

Ricordo il 2009, quando Carratoni pubblica ”Hai usato il suo corpo” ed alla preziosa introduzione di Domenico Cara che in tredici punti definisce i trentadue racconti.

Gli argomenti principe sono i torbidi sensi limacciosi, le contingenze libidiche (Cara) che occupano a tutto tondo lo spazio delle narrazioni.

In quest'ultima raccolta, al contrario, le situazioni sono meno intensamente torbide, i discorsi - al pari dei pensati - meno autocolpevolizzanti, nel senso che il cupio dissolvi frequentato da Carratoni è oggi integrato ed organizzato, noto a primo intuito, ma misterioso nella sostanza.

I personaggi meno carnali sembrano forse più pensanti di presupposti in dissolvimento a priori. Oltre al sesso c'è anche un significato che non c'è. Questo il rebus che allontana o confonde, inducendo al tentativo dispersivo, che avvicina ai letamai, senza poterli a volte sfiorare a pieno, Risentono di un vortice di materialità che è anche più riflessione e collegamenti con emisferi più distaccati e prefissati. Gli enigmi vengono a galla ma turbano e immiseriscono. Le menti sono vacillanti ma sentono esigenze indefinibili. “In quei frangenti mi rifugio nel modulare della voce che non sa di timbri di maschio o femmina”.

Carratoni non ha rinunciato alla carne. Sembra volerla sezionare, dopo le fredde lucide profanazioni di Mara e di Bolgia e cinguettio, di Vendette d'amore, de Le grazie brune de Hai usato il suo corpo. Se i corpi patiscono le ombre longevano, provando a porre quesiti incalzanti: “La bellezza è un punto illusorio che più sboccia nelle sue fattezze appariscenti, più genera amori mai nati e il corpo sembra dissolversi proprio sul punto di essere percepito. Per essere decantato è sempre provvisorio”.

L'autore si sdoppia e trasfigura quando fa parlare personaggi femminili, come Priscilla, la non-nominata (Noemi?) del terzo racconto, o anche la successiva Pia, trentottenne ragioniera, specialista in godemichés.

Tra le tante figure femminili, oltre a Elide, emerge una ulteriore Priscilla, diversa dalla prima ed evidente rappresentante di un Puritanesimo al contrario.

Oppure delle donne ne parla, come parla di Rosa, la bevitrice coatta de “Il più del niente” (il cui exergo è “Il futuro / non esiste”) e via andando.

Poi ci sarà Oscar e tanti altri o altre a costituire questo grande pantheon di infelici,(o ombre fugaci), razionalizzanti la desiderata incapacità di vivere se non al prezzo di essere “dimezzati”, nell'accezione di Italo Calvino.

Come si sarà compreso, una omogenea raccolta delle storture e delle inani sofferenze d'una dolente o vacua umanità, delle quale lo scrittore si fa testimone non partecipe assertore.

In buona sostanza un livre de chevet, da leggere utilizzando una scansione di fruizione diluita. Una lettura “ a rate”, che permetterà di certo l'effetto di assimilazione e dunque di avvicinamento a questa filosofia del Nostro campione di filosofemi e di un intriso di illusione e gioco. Anche se ogni probabilità diventa il suo contrario, divenendo il sesso un substrato di realtà “apparentemente vive e possibili, ma nel substrato illogiche e frammentate”.

Da Mara (finalista al Premio Viareggio 1972), Carratoni è passato all'etichettismo di genere, restando però a un campionarismo di conferma, in chiave apparentemente evolutiva, anche se i prototipi da manichini son rimasti ancorati a regole consumistico-dilapidatorie.

I corpi da oggetti son divenuti pensanti solo nell'attimo di chiaroveggenze dissolte.

Bel progresso in epoca in cui o per il globalismo o per una falsa liberazione in tutti i campi è prevalsa un'ipocrisia di genere o di condotta. Sempre più appagata da un potere falso e corrotto.

Recensione
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