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La grande bellezza

Film da recepire con attenzione, tutto di un fiato.

È uno scorrere lucido e severo sui personaggi della “bella Roma” sazia e opulenta, di una borghesia che si “sballa” ed è sempre più triste alla ricerca di qualcosa di sensazionale senza più trovare null’altro per cui vale la pena di vivere; assuefatta e ricoperta da maschere d’ogni genere che risaltano l’appiattimento delle emozioni quanto esagerata nel suo vivere l’emozione giusto allo scopo di crederci.

Un mondo raccontato attraverso gli occhi di Jep, il protagonista, che osserva e si osserva, ora con interesse e meraviglia, ora con sarcasmo e ironia, il quale vuole essere il più mondano di ogni partecipante alla mondanità e che alla fine si auto analizza come un perdente, avendo buttato ogni occasione per realizzare “la grande bellezza”, da sempre cercata e mai realizzata.

Eppure, in gioventù, ne era stato partecipe quando l’amore sconvolgente, capace di immobilizzare la volontà, gli aveva fatto conoscere la potenzialità delle emozioni, tali da fargli scrivere un romanzo, opera unica e grazie alla quale si conquistò onori e ricchezze.

Al termine di quell’amore, la discesa del sipario su una vita vuota che lo porta a sessantacinque anni.

“Tu non sei nessuno…” E’ una bimba che lo fa riflettere.

Nascosta agli occhi della madre, negli anfratti di una cripta, come fosse la voce di un inconscio che ammonisce; lei lo disorienta con un giudizio spietato e spiazzante tanto da ammutolirlo.

Sazio di ogni bene materiale, si stupisce per la bellezza semplice e meravigliosa di certi momenti del suo esistere che come inaspettate scintille, accendono emozioni irradianti la gioia e lo fa sorridere: la visione degli uccelli migratori appollaiati sulla sua terrazza oppure l’arte nei palazzi e nei musei con la loro architettura, statue e dipinti, la sincera amicizia di un amico e la presenza di una governante che lo accoglie così com’è accompagnandolo nella quotidianità.

Di arte se ne parla nel film ma, nel salotto all’aperto, sembra essere una sorta di costrizione e violenta espressione di una ribellione.

Di fronte agli occhi insensibili dei presenti si fa sfoggio di una pittura che risulta essere paradossalmente vera arte in quanto corrispondente alle emozioni provate nel preciso istante in cui la bimba spiaccica sulla parete i vasi di colore, uno a uno pronti all’uso.

Le mani risultano essere i “prolungamenti” del suo cuore ma chissà quanti dei presenti si rendono conto della sofferenza di lei: solo una donna che per se stessa già sta soffrendo a causa di una malattia che la porterà alla morte.

Nel dipanarsi delle scene, incisi per un ripensamento ci sono, come la fatale scelta del giovane depresso che sembra far piangere Jep per davvero oppure la rinuncia di lui a frequentare una donna ricca che altro non sembra offrire se non il proprio corpo fisico perciò egli decide di non fare più ciò che non vuole e lascia la camera da letto senza rimpianto.

Tutti rimangono incollati a quella vita vuota, ad eccezione del caro amico di Jep che dopo aver sperato all’illusione di far breccia col proprio estro d’autore, si convince che nulla può essere veramente autentico in quell’ambiente e se ne torna a casa propria in provincia.

Jep rimane e incontra suor Maria “la Santa” la quale fa pensare a Suor Teresa di Calcutta.

Stride, come una nota stonata, nel contesto del “teatro umano” che la accoglieva, ma forse giusto quello era l’intento del regista.

In lei vi è un modo diverso di intendere e vivere la vita tanto da sentirsi a disagio in quell’ambiente: sceglie la povertà, dorme a terra e mangia radici…” perché le radici sono molto importanti…” Già… le radici.

Ognuno può dare un significato alla parola “radice”; si può intendere la parte inferiore dell’albero che affonda nel nutrimento della terra, quanto alludere a un altro tipo di nutrimento che sostenta quella sezione dell’uomo dedicata allo spirito.

A seguito di tale pensiero, si può dedurre che vi è una radice appartenente a questo mondo e un’altra di genere diverso ramificata in una dimensione altra. Perciò l’amico se n’era andato e gli uccelli ritornavano nei paesi di origine.

Quindi anche Jep torna alla sua “origine”, nell’isola dove visse il suo primo amore inconfessato, quello che gli era rimasto nell’anima e aveva creduto di dimenticare.

E proprio in quel promontorio capisce che la “Grande Bellezza” sta altrove, che egli non è avvezzo a trattare con l’altrove”… ma poteva provarci, in fondo, poteva essere soltanto un trucco come quando l’illusionista fa sparire la giraffa dalla vista.

Ed ecco la morte scelta come “altra opportunità”; in una dimensione diversa avrebbe trovato “la Grande Bellezza” che da qualche tempo aveva accolto anche il suo primo amore.

Se avesse cercato nel luogo giusto, l’avrebbe trovata anche in questa vita mortale, come Madre Maria che sorrideva nonostante la fatica nel salire in ginocchio la Scala Santa.

Nel cuore di ogni individuo è insediata la ricevente di una comunicazione che proviene dal macrocosmo e che abbisogna d’essere decodificata per recepire il messaggio di una beatitudine propria dei Santi o meglio, di chi è riuscito a entrare in contatto con la dimensione altra.

Recensione
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