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Dispacci senza replica. Ragionamenti secondari sy cultura e società

Tra ragioni programmatiche e specimina in esposizione da Mario Lunetta:
ovvero perché non possiamo non fare critica militante

Dispacci senza repliche (Fermenti 2015), vuoi quando enuclea talune imperdibili preziosità ideologico-letterarie (non di rado in prima assoluta, facendo giustizia di ingiuste rimozioni e di strumentali silenziamenti), vuoi quando compara e valuta, rifiutando buonismi ottusamente assolutori (e il “senza replica” serve a suggerire, anche, che non sono ammessi ricorsi ad altri gradi di giudizio; i “dispacci”, dal canto loro, valgono da avviso che i dispositivi hanno l’estensione e la forma non predeterminate di comunicazioni irrituali, svestite di tocchi e di toghe), è per certo un’opera che si fa leggere come una ricognizione a volo radente sul nostro Novecento letterario, un diario di bordo zeppo di acute annotazioni, di affacci inusuali, di prospettive straniate che inquadrano in una luce nuova gli stessi oggetti altrove già considerati e mettono sempre in mostra, inoltre, quanto impropriamente è passato inosservato. Tuttavia, come è stato rilevato, e come del resto risulta subito evidente, il libro di Mario Lunetta ha un significato preminente, che lo raccomanda e lo impone, che ne fa una eccezione e, al tempo stesso, una pietra miliare nella stagione attuale di cultura e di letteratura, tanto riesce a interpretarne aporie e debolezze, tanto disegna strategie di resistenza, di resilienza.

Con i suoi “dispacci” – che pure, benché perentori, sono organizzati in tale modo da non voler costituire precedente e da non fare giurisprudenza – Lunetta in realtà compone una sorta di manuale, quale oggi manca, di critica militante. Che merita una escussione attenta.

Un manuale con un repertorio di applicazioni e di esempi, che verificano e congiuntamente implementano la dottrina; un manuale con la grammatica sua data in esordio come un regesto di presupposti politico-culturali, di indirizzi di teoria della letteratura, di intenzioni e di validazioni prospettiche: è questa grammatica della critica militante che conviene ora, per quello che si è detto, ricapitolare.

Che qui sia riconoscibile o risulti rappresentato il contesto, sia per sintetiche, orientate visioni d’insieme, valevoli da premessa, sia per episodiche chiamate a testimonianza, e a confronto puntuale, questo è tutt’affatto necessario e appare ribadito nel sottotitolo del libro, Ragionamenti secondari su cultura e società, con il quale si precisa che considerazioni e valutazioni non specificamente letterarie sono i prolegomeni obbliganti e sono pure “portati”, esiti di approfondimenti sul terreno di una co-implicazione dalle evidenti congruenze, di una relazione biunivoca inscansabile. E “secondari”, ad integrazione del suo significato understatement, indica che le argomentazioni sono svolte ad un livello altro, parallelo, secondo, comunque politico.

Sul filo delle istruttorie e delle argomentazioni condotte, tutte rigorose e difficilmente smentibili, la società odierna non può che dichiararsi intristita, chiusa e insieme smembrata, scossa da sperequazioni abissali e dalla progressiva negazione dei pochi diritti civili negli ultimi decenni conquistati, funestata da miserie e da ingiustizie dilaganti per effetto di una globalizzazione montante, nella quale il dominio dei potentati economici, la finanziarizzazione e la conseguente riduzione della politica ad un ruolo solo esecutivo, irreversibilmente servile, hanno portato ad un medioevo di ritorno: hanno dato stabilità, frattanto, ad una cultura prona, standardizzata, improntata al pensiero unico, dominata dalle logiche del profitto e, secondo quel che impone qualunque modello televisivo – ormai dovunque ritenuto esemplare –, risucchiata dall’audience e dal mercato, costituitisi ab origine in negazione del pensiero critico.

In questo contesto prende posto la letteratura degli anni più recenti, su questo contesto va misurata la letteratura strettamente contemporanea e vanno riprese e inquadrate voci e manifestazioni della letteratura del Novecento: è imprescindibile, nella grammatica della critica militante di Lunetta, la coscienza che qualunque supposizione di autoreferenzialità della scrittura letteraria – con Benjamin la si potrebbe riferire all’antico paradigma dell’arte per l’arte – va giudicata fuorviante e ricusata con forza; ed è virtuosa, nel mentre, una scelta “contro” che manifesti insofferenza e opposizione per la condizione sociale e culturale in cui versiamo, che si carichi di proposte alternative, che non rinunci a utopie. Dacché, quanto alla letteratura, la sua prestazione d’opera culturalmente e politicamente connivente, utile al potere, coincide con una piena adesione ai palinsesti e ai programmi dell’industria culturale e del mercato letterario, funzionali all’esistente, sottrarsi a un tale abbraccio è lo stesso di un imperativo categorico.

Servendoci di definizioni sistemiche colpevolmente dimenticate, eppure cariche di valori analitici e progettuali, potremmo riassumere che, secondo Lunetta, la letteratura fa capo ad un suo apparato di produzione; e a ciascun testo compete – tertium non datur – di accomodarvisi e di rifornirlo o, al contrario, di dissentire dalle sue logiche, di criticarlo, di sabotarlo, di adoperarsi per orientarlo verso altri obiettivi culturali e sociali, politici. E un incarico analogo è elettivamente conferito alla critica letteraria, che è un anello essenziale, un costituente fondamentale nella mediazione e nella comunicazione di letteratura e cultura.

Mettendosi in gioco e sporcandosi nella storia, che è un obbligo suo ed è una sua ragione programmatica, essa dunque è chiamata a dire sì sì, no no, qualche che sia il tempo storico degli oggetti osservati e quali che siano il modo e il circuito nei quali le accade di esprimersi. Non c’è critica, sotto questo profilo, che non debba volersi e prima ancora sapersi militante; e la critica militante non è solo la cronaca puntuta e irritabile che sta col suo fiato sopra le opere contemporanee, sollecitando e inasprendo coi suoi plausi e le sue botte quel che Lucini definiva il corpo collerico della letteratura (negli anni nostri, che concedono uno spazio pressoché nullo ad una giornaliera rassegna tendenziosa dei libri pubblicati, appare moralmente dovuto che gli studi critici, i quali magari hanno un’altra confezione e un target diverso, non rinuncino a professarsi militanti e ad esporsi e ad agire, alla luce del sole, di conseguenza).

Ogni critico è di tendenza, insomma, anche quando si professi, mistificando, estraneo alla partita che va disputandosi. La tendenza di Lunetta è caratterizzata dall’esigenza – che egli rivendica e ha rivendicato in anni e anni di coerenza e di fedeltà al suo impegno – di un profondo rivolgimento e di una radicale trasformazione dell’attuale apparato di produzione della letteratura. Pertanto Lunetta istruisce e sentenzia, scegliendo da che parte stare, promuovendo e condannando – e additando tra le motivazioni della pronuncia guasti, inerzie, sciocchezzai, debolezze di pensiero –, arrivando a giudizio con una chiarezza che non concede repliche.

Cosa sia in tiro, a suo parere, con una critica radicale dell’apparato di produzione della letteratura vigente, e meriti perciò di essere segnalato, Lunetta lo ha ben presente e non esita ad esplicitarlo, a rimarcarlo, come chiunque dovrebbe in nome della trasparenza che è requisito non marginale della democrazia e che vale sempre da incentivo al confronto delle posizioni, alla commisurazione delle diverse prospettive. È la scrittura sperimentale e d’avanguardia a configurare i tratti di una ideologia letteraria raccomandabile sulla cui specie comparare e valutare i testi: quella che lavora sulle forme uscendo fuori dalla consuetudine omologante dei generi; quella che è consapevole della sua storicità e la vive come scelta oppositiva; quella che si mostra all’altezza della sua responsabilità nella società; quella che promuove una estensione e un rafforzamento delle possibilità prensili, analitiche e innovative del linguaggio, svegliandolo e accrescendone la vitalità; quella che reca il peso di una sodezza corposa, spesa dentro il corpo sociale, e di una materialità che nei secoli sono finite rimosse, censurate; quella che chiede perentoriamente intelligenza e attiva partecipazione; quella che prende posizione e che sprigiona così, dalla specola della sua specifica qualità, energia politica.

Il sì sì no no della critica militante di Lunetta sono pronunciati in relazione a questo codice. Che invita a praticarla, la critica militante, tanto nettamente risultano definiti i suoi presupposti e i suoi obiettivi, tanto appare necessaria la sua sponda di resilienza e tanto, per converso, se ne avverte l’assenza sulla scena letteraria del nostro tempo, tanto si ascoltano flebili, costrette alla clandestinità, le poche sue voci residuali. Che va letto e di cui andrebbe fatta comunque memoria, questo codice, con i dispositivi e i dispacci che ne dispiegano qui, per il Novecento, le utili e persuasive applicazioni.

Recensione
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