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Quasi per statuto, il logos del racconto è la contrazione (anche quando l’articolazione interna risponda a una vistosa pluralità di temi), così come il logos del romanzo è l’espansione, anche nei casi in cui la necessaria complessità degli elementi tenda a un blocco che tutti li racchiuda. Nella scrittura narrativa di Velio Carratoni il principio sembra per molti versi non solo rovesciato, ma eretto a norma comune.

Per tenerci alla sua produzione recente, diremo che questo avviene sia in un romanzo come Le grazie brune (2003) che nella raccolta di racconti da poco apparsa, Hai usato il suo corpo (Fermenti, Roma 2009). Nel romanzo, anch’esso fortemente connotato da quell’elemento erotico che è una delle chiavi privilegiate di lettura del mondo carratoniane, la narrazione fattuale si trovava frequentemente agganciata, per così dire, da una quantità di inviti alla digressione, di pause bizzarramente riflessive, di falsi movimenti – proprio come se la strategia del narratore fosse quella di aggirare insieme alla propria esperienza il lettore, lasciandolo in uno stato di sospensione. È scontato allora che, in quest’ottica, viene anche troppo facile parlare di “realismo onirico”: nel senso che, se Carratoni è intensamente interessato a rendere con precisione insistita e quasi catastale certe situazioni, ripetizioni, casualità della vita, tutto poi viene come immerso in un bagno di sospettosa incredibilità, di inspiegabile inquietudine, quasi che il mondo venisse fissato da uno sguardo abbacinato e qua e là delirante.

I personaggi di questi racconti che appartengono a epoche anche lontane tra loro (dagli anni Settanta del secolo scorso alla metà del presente decennio), sono in realtà figurazioni emblematiche, se non automi guidati da una qualche volontà esterna la cui unica funzione è di sottrarre loro ogni autonomia. Esseri eterodiretti: questo, alla fine, risultano i simulacri di questi testi singolari, nei quali il meccanismo della trama è sempre un elemento secondario e quasi accessorio. Ciò che davvero importa nel loro peso specifico – e che massimamente importa all’autore – è in realtà lo stato di titubanza di questi simulacri, costretti a una condizione pressoché informe: dato che appare lampante nella loro presenza corporea, ma in analogo modo nella mappa labirintica della loro psiche. Ecco, si potrebbe dire che, se talora la stessa vistosità di certe loro caratteristiche somatiche racchiude interamente la loro vitalità (e magari, il loro senso), la loro configurazione psichica sembra costantemente indefinita, come parassitariamente impegnata a trovare una forma plausibile.

Qui si annida la ragione prima della loro incompiutezza e della loro infelicità. Queste figure vorrebbero prima di tutto sapere chi in realtà sono: e affidano alle loro pulsioni e pratiche sessuali la sola speranza di salvezza dalla confusione che li circonda e li invade. Si sa da sempre, probabilmente da molto prima degli studi di Freud sulla sessualità umana, che non esiste una sessualità sana in assoluto – e che l’eros obbedisce a un relativismo incontrollabile. Ma nel caso dei personaggi carratoniani il relativismo funziona come una macchina celibe. In fondo, tutti i suoi simulacri sono ammalati di narcisismo, e questo impedisce loro di vedere l’altro col quale entrano in rapporto. Il fatto è che questo narcisismo non va mai disgiunto, nei processi del loro comportamento, da una robusta dose di cieco malessere.

È, alla fine, il contesto che determina i loro modi di essere. Vivendo, sempre con una certa fatica e comunque dentro il gorgo di un’alienazione che gli risulta incon­trollabile, essi solo confusamente avvertono di essere la parte debole di una macchina sociale che non si cura di loro. La società con cui debbono fare i conti è fondata su un unico valore, quello della merce,: e i primi ad esserne vittime sono i personaggi femminili. Il corpo femminile, quindi, è il protagonista collettivo dell’intera raccolta. È un corpo che funziona come un puro feticcio: e infatti feticistico è l’atteggiamento di coloro che, maschi o femmine, lo desiderano senza mai alla fine possederlo vera­mente. Insomma, in questi pezzi strani e inquietanti, è la spirale sadomaso a fungere da motore psicosomatico, carico al tempo stesso di oscura ostilità verso l’altro/a e di pulsioni autodistruttive. Sembra che in realtà, più che cercare una qualsiasi forma di affermazione, le figure di queste vicende non di radio bislacche e insensate siano soprattutto interessate alla loro morte, alla loro scomparsa. Il fatto è che non si piac­ciono, e più o meno tutte, uomini e donne, giovani e non più giovani, provano disgusto di sé. È il modo, sguincio e riflesso, con cui il narratore Carratoni esplica il proprio rifiuto di un mondo e di una società stolta, feroce, definitivamente detestabile.

Ecco perché, credo, si potrebbe dire che un libro come Hai usato il suo corpo è in fondo una sorta di opus magmatico composto di infinite sfaccettature che ripetono se stesse in pose tuttavia sempre deformate. L’energia del libro è quindi di sapore espressionistico: come un film che riprenda in continuazione una o due sequenze fondamentali per variarne e distorcerne il profilo. I piccoli mostri che vi si muovono con la labilità di ombre sono incapaci di qualsivoglia coerenza e stabilità, perché anziché vivere con sufficiente consapevolezza le loro stanche miserie si lasciano sopravvivere meccanicamente. In questo senso soprattutto, credo si possa parlare di racconti strategici: di testi, cioè, in cui ciò che più importa al narratore non è la strutturazione logico-dinamica della diegesi, ma lo scompenso che la sua deregula­tion costante e il suo procedere “dispersivo” e quasi senza argini di sicurezza (e di rassicurazione) generano nel lettore.

A questo fine il linguaggio carratoniano serve senza timidezze, muovendosi in una sorta di gestualità slogata, come in una frenetica rincorsa di se stesso. Più che definire, espone. Più che dare conto, elabora atmosfere di torbida irrespirabilità.

Talora sembra di ritrovare in Hai usato il suo corpo certi movimenti di un Moravia che abbia smesso di controllare i propri freni inibitori di marca illuministica, per lavorare su un tapis roulant di ossessività al limite del maniacale. Il narratore metropolitano che è Carratoni non ha bisogno di troppi filtri, di troppi diaframmi: tanto che in questi racconti i dialoghi occupano una parte molto esigua degli scenari. Lo scrit­tore sembra accentrare il discorso sulla sua materia sfuggente mettendola sotto gli occhi del lettore con immediatezza iperrealistica: abolendo insomma qualsiasi “area di discrezione”. Per questo giocare sempre su una palla dalle traiettorie sbilenche, le sue storie hanno l’aria di lacerti di realtà violentemente sognati. Come puntualmente osserva in prefazione Domenico Cara, “Le pagine erranti esprimono una mobilità accesa, dosata, dialettica, non vagabonda o vampira. L‘immediatezza è un’illusione del sentimento, densa di vapori e segni teatralizzati dalla mente”. È qui, appunto, quando la dimensione onirica impatta nella brutalità del reale (il corpo e il sesso, in primis), che il flusso del racconto “continuo” si spezza, la corrente si interrompe, e i numerosi emboli del sangue testuale si rivelano necessità imprescindibili di una visione del mondo e della scrittura.

Recensione
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