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Prefazione a
La Volpe blu
di Antonella Zagaroli

la Scheda del libro

Mario Lunetta

Da qualche timido segno si può anche inferire che il pervicace ostracismo della nostra editoria nei confronti di un genere nobile come il racconto stia oggi assumendo tratti meno rigidi. C'è stato un tempo in cui gli autori di racconti erano guardati come untori dai responsabili letterari delle grandi case editrici. Il romanzo stagionale, "da premio", occupava tutto lo spazio, per scomparire nove volte su dieci dalla memoria dei lettori a stagione conclusa. Ci si dimenticava – si fingeva di dimenticare – che la nostra è una tradizione narrativa in cui la parte del leone la fanno non il romanzo, ma – a far data da Boccaccio – il racconto e la novella; e che nel resto del mondo il racconto continuava a convivere serenamente accanto al più voluminoso fratello maggiore. Io credo che il racconto, quando riuscito, possieda una forza d'impatto la cui incisività e precisione non gli sottrae alcun pregio a petto delle virtù del romanzo, macchina certo più complessa che si muove in spazi più ampi e lavora su tempi che non conoscono il blitz ma la lenta, progressiva conquista del territorio. Il racconto è la prova di un centometrista, il romanzo e la prova di un maratoneta. In entrambe le specialità si possono ottenere risultati brillanti, tutto dipende dalla classe degli atleti. Ben vengano allora i racconti di Antonella Zagaroli raccolti sotto il titolo misterioso e leggero di La volpe blu.

Questi sedici testi compongono una piccola costellazione di schegge. La loro è la natura del frammento, o quella del fotogramma che non spiega nulla se non la propria presenza, talvolta perfino incongrua e comunque invariabilmente autologica. I flashes di Zagaroli non sono violenti, sono precisi, circoscritti nel loro cerchio, e restituiscono immagini, gesti, volti che paiono sfaldarsi progressivamente dentro questa precisione dal momento che sono incapaci di conoscersi, di definire a se stessi il loro stesso profilo. Il loro è un narcisismo immediato e fugace, senza spessore; la sua natura e innocentemente frammentaria, e si spende tutta nell'attimo. Qui, direi, è il segreto di questi schizzi veloci e persistenti, la loro distratta crudeltà: nella luce tiepida di un segno che fissa la silhouette di un microevento come fosse un accadimento fondamentale. Il mondo, in questi strani racconti che hanno l'aria di minuscoli referti da decifrare nel loro enigma, vibra su una capocchia di spillo. È questa fisionomia di epifanie minori, tutte bruciate nell'istante, che denuncia la loro provenienza dall'esperienza di Antonella, come scrittrice in versi. Il dato lirico, che qui si torce efficacemente in pura, casuale perfidia, non può che sciogliersi nel chiarore, spesso abbacinante, del "poemetto in prosa".

In questa strategia la definizione del dettaglio è basilare. E così, fin dal pezzo di apertura (La preparazione) il fotogramma di una giovane donna gravida all'interno della sua casa scintilla di dati minimali eppure vividi: "La luce è tutta nei biscotti, nel miele, nelle arance. Sembra soddisfatta mentre aspetta di sentire il primo 'Mamma!' della giornata. È più stanca del solito. Sono le sue nuove rotondità che la affaticano già appena alzata". La sensualità e la percezione sempre intensa del proprio corpo in questi spazi discretamente astratti sono certo importanti, e segnano con forte carattere il nitore della scrittura. Di conseguenza, la pagina è lievemente invasa da profumi, sudori, pigrizie, e si anima anche grazie alla considerazione concessa ai sensi (soprattutto al tatto e al palato), in una sorta di pacata erranza erotica. I cibi, i sapori: quasi sempre consumati e vissuti in interni. E il clima, in cui galleggia la sospensione di questi testi che hanno la compattezza inafferrabile di oggetti volutamente incompiuti, come incompiuta la vita. Il valore dei dettagli — ripeto — risulta in tutti i casi decisivo: "C'è una palla piccola e gialla vicino a un piede della poltrona, è estranea forse a tutta quella rigorosa tecnicità circostante. Lo sguardo s'immobilizza sulla poltrona: la volta verso il paesaggio. La palla rotola vicino alla grande vetrata. Lui la guarda ancora, si siede; allunga le gambe; lentamente denuda l'inguine. Comincia un tenero massaggio col pollice e le quattro dita della mano destra. Con la sinistra tiene sollevati i bordi degli indumenti, sostenendo contemporaneamente il gesto sempre più ampio e intenso dell'altra mano. Non un lamento, una voce, un guaito. Il respiro soltanto diventa più sonoro, di suono quasi metallico. Si bagna, ma non molto" (Il persecutore). Il presente, che è il tempo dell'impassibilità, designa spesso le situazioni, o i trucioli di esse. Se non fosse per un assetto meno geometricamente esatto, questi testi potrebbero anche far pensare a una rivisitazione in chiave moderata di momenti di "école du regard" (Sarraute in particolare, coi suoi tagli di vita "mediocre").

La sguardo della scrittrice è curioso, e si nutre di particolari di porzioni, di minimalia. Non si attarda a esplorare psicologie o a costruire luoghi per l'azione. In questi racconti la cornice ambientale è praticamente assente. Tutto si svolge in teatri determinati soltanto dalla presenza degli oggetti e dei gesti. La luce della poesia si accende quindi sui particolari significanti, e lo scorrere dell'esistenza è qualcosa di assai simile allo scorrere delle immagini sullo schermo TV, in un'opacità dalla quale è possibile far affiorare esclusivamente dei baleni istantanei. In questo dono è la cifra più intensa della scrittura di Zagaroli, e la prova mi pare la dia la minor tensione di un pezzo come Chiaro, in cui si allestisce un quadro chiuso da una cornice. È forse il racconto più literarily correct ma meno convincente di un libro come La volpe blu: di un libro che costituisce sicuramente, con la sua grazia mordente, un felice esordio narrativo.

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