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7 poesie

E’ un gioiello la breve nuova silloge di Franca Alaimo non solo per la veste tipografica che si fregia anche di un’acquaforte di Vincenzo Burlizzi e per l’esiguo numero dei volumi stampati (n.50), ma anche e soprattutto per la validità delle sette poesie che compongono ogni raccolta. L’IO-poeta, la poesia e la sua funzione sono le tematiche di base di questa breve raccolta; il poeta creatore attribuisce alla poesia una funzione di denunzia del male che, prodotto dall’uomo, affligge il mondo, sicché da un lato c’è l’incanto che promana dalla natura anche nelle sue più umili manifestazioni e dalla stessa umanità, considerata nella sua condizione infantile, ingenua e pura, dall’altro la consapevolezza amara che “in questo mondo…..è tutto una miseria” (Accumulo di luce, pag.5) e il poeta in tale contrasto si offre, attraverso il suo canto dolce-amaro, come agnello sacrificale: Io che lo so, vorrei chiamarli/Fraternamente, con teneri belati (L’agnello, pag.11). Ma il sollecitare all’amore e alla solidarietà, chiamando fraternamente con teneri belati, il perdonare non basta: la funzione salvifica della poesia resta pura illusione, la voce della poetessa parola vana che non scalfisce l’insensibilità verso l’innocenza del creato; al poeta, agnello sacrificale, non resta che immergersi nella natura: “Mi avvolgerò lieta \.......\ una gonnella d’erba e di fiori \ Le mani sporche di buona terra \... (Liturgie alternative, pag. 13) e contentarsi delle piccole, grandi cose che vivono “…. le più piccole creature” (ibidem). Quanto suddetto viene proposto nei versi con uno stile maturo e controllato: il rispetto della morfosintassi, l’uso di un lessico ora classico ora comune, la presenza di consonanze, quasi rime e sporadiche rime, la frequenza di tropi che non avviliscono, ma arricchiscono la comprensibilità complessiva dei testi, rivelano appieno la consapevole ricerca formale.

La prima poesia. “L’eterna parola” presenta un incipit duecentesco: “Bellissima pulzella, \ Di fiori inghirlandata \ ...” che fa ricordare le tante canzonette dell’epoca, quali quelle di Guido Cavalcanti, ma nel Medioevo la pulzella inghirlandata era l’oggetto del desiderio, in questa lirica è la protagonista che suggella con il suo nome sussurrato all’orecchio, l’immortalità dei versi della poetessa; alter ego quindi rispetto a Franca e alla sua poesia : forse la pulzella potrebbe identificarsi con la natura, forse con l’ispirazione poetica, forse con l’una e con l’altra fuse insieme, essendo il creato l’ispiratore e l’oggetto della poesia di questa breve silloge e in esso alla fine la poetessa, consapevole dell’inutilità dei dolci e fraterni belati, s’immerge, vivendo a livello psicologico una condizione panica attraverso la quale è nello stesso tempo fiore, terra, bue e pecora che potrà cantare “La dolorosa certezza \ Di stare al mondo”.

Bellissima la seconda lirica, “Appena nati” (pag.3), quasi un inno alla vita e all’amore: i bimbi appena nati sono “fondamenta \ Della vita, stringono alleanze” favoriscono l’amore dei genitori, formano il calore della famiglia danno luce anche “alla grigia dolcezza della sera”.

Il testo “Accumulo di luce” (pag.5) descrive una realtà paesaggistica ed è semplicemente meraviglioso e la meraviglia non nasce da un manieristico gioco di parole, secondo i moduli espressivi di G.B. Marino, ma dalla luminosità che si sprigiona dalle singole immagini, anche se poi tra tanta luce che promana dalle creature più umili del creato, la poetessa non dimentica la persistente miseria umana, sicché i versi si caricano di un alone di malinconica consapevolezza che, affidata nei primi dodici versi al ritmo lento e cadenzato e al prevalere di consonanze sibilanti, diventa esplicita alla fine, quando l’artista contrappone l’abbondanza “di grazia e passione” di un piccolo, povero ritaglio di paesaggio al mondo intero, dove tutto è miseria.

Né sentimenti diversi propone la lirica successiva “Il tuo corpo è come la neve”,dove non è la realtà paesaggistica a dare l’attimo di purezza e di bellezza, ma il corpo di un uomo o donna che sia che, con i suoi occhi così ampi purifica il destino della poetessa, ma nello stesso tempo l’estasi è offuscata dalla consapevolezza che la castità di altri tempi esiste ormai solo nel suo sogno. Bellissimo il confronto tra corpo immacolato e neve scintillante dove la pura bellezza si carica di sensualità attraverso quel bere con la bocca, il corpo\neve, ma purezza e sensualità cedono alla malinconica consapevolezza del silenzio delle cose (cosa è ormai anche l’uomo) insensibili ed indifferenti ad ogni emozione, sentimento, valore. Ritmo lento, rivelatore di coesistenza magica di estasi erotica e malinconia, affidate ad una lingua semplice e cristallina come le emozioni dolci-amare che propongono. La consonanza (nt), le rime (incanto\ accanto,destino\mattino), l’anafora (Come boccioli…\ Come la neve…), il sibilante incipit di molti versi (Somiglia, Soffio, Scivolare, Sopra) accentuano la suddetta magica coesistenza di sentire.

La quinta lirica “Il giorno” è un richiamo alla vita che l’inizio del nuovo giorno “impone” .Sì, impone, perché ogni elemento della natura nel suo riprendere “la sua passione destinale”, pare condividere la pazienza del dolore che il raglio dell’asino sveglia. Insomma vivere è leopardianamente soffrire, patire ogni giorno un destino che rende circolare l’esistenza:inizio e fine omologati dalla persistenza del dolore che l’atto dell’obbedire trasforma in angoscia ,l’angoscia heideggeriana del dasein, consapevole della circolarità.

A dir poco scioccante la penultima lirica ,dove l’agnello, Pietro e sottotraccia Cristo diventano metafora del poeta. Come l’agnello veniva sacrificato dagli Ebrei per rinsaldare il patto con Dio, come Cristo con il suo sacrificio riaprì l’alleanza tra l’uomo e Dio e perdonò fraternamente, come poi Pietro, i suoi carnefici, così il poeta, novello agnello sacrificale vorrebbe che la parola poetica fosse “belato” di fraternità. Ma la poesia può oggi avere davvero tale funzione? Quanto c’è di utopico in questa interpretazione cristologica del testo, sebbene essa appaia la più ovvia al comune lettore? Attraverso un lessico realistico, caratterizzato anche a livello fonico dall’asprezza e dalla durezza dei suoni, la poetessa-agnello anatomizza lo strazio delle sue varie parti: “I garretti sovrapposti e legati \ Le papille nere senza palpebre…”, ormai carne macellata, ma lei perdona e li chiama “fraternamente con teneri belati” quelli che non sanno vedere “in lei” il sacro del dolore”.

“Liturgie alternative” conclude la breve silloge, essa si collega circolarmente alla prima lirica, alla bella donzella, che rivelatasi alla fine essere la stessa poetessa, trova, di fronte all’impotenza, all’inutilità dell’agire contro il male del mondo, nel contatto diretto con la natura, nella “dolorosa dolcezza di stare al mondo”, l’unica, vera consolazione

Recensione
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