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Appalermo, Appalermo !

Il romanzo “Appalermo, Appalermo !” di Carlo Loforti rivela subito una originalità strutturale: il prologo narra eventi che, inseriti nell’intreccio, vengono riproposti nella parte finale dell’opera, creando una circolarità la cui funzione pare essere quella di incuriosire il lettore perché si spinga a leggere senza remore le trecento e più pagine in cui Mimmo Calò, protagonista e narratore omodiegetico ci racconta le numerose avventure e disavventure in cui si trova coinvolto.

Anche il titolo è molto accattivante, sia per la scelta ortografica che propone la dizione dialettale “Appalermo”, sia per la presenza del punto esclamativo, che come si sa, si adopera per indicare un tono enfatizzante di sorpresa, meraviglia, per esprimere forti sensazioni o grida e qui, nel titolo, pare voglia preparare il lettore allo stupore che vivrà perché certe cose, come constaterà, solo a Palermo possono accadere!

In questa città Mimmo è nato e cresciuto e ne vive di tutti i colori, sicché la città, con le sue tradizioni, specialmente culinarie e il suo contesto sociale nelle varie stratificazioni e peculiarità che lo caratterizzano, è anche lei personaggio comprimario nello svolgersi degli eventi . Mimmo Calò ha 44 anni, è un cronista sportivo ed è molto conosciuto in città; ha anche la passione per le aste, alle quali partecipa senza mai comprare nulla, finché, così, quasi per gioco, non diventa proprietario di un piccolo magazzino . Essendo stata chiusa l’emittente televisiva del suo programma , apre una sfincioneria nel magazzino comprato all’asta, sebbene angusto. Ma la realizzazione di tale idea, lo trova progressivamente intrappolato in una serie di guai: prestito in banca, dove fra l’altro si trova in occasione di una rapina, mafiosi che esigono il pizzo, incomprensioni con la moglie che aspetta un bimbo, l’incontro con un Italo-americano che lo incastra in un’altra avventurosa vicenda, etc...

Mimmo nato in un quartiere popolare, cresce in un contesto in cui è difficile agire sempre con consapevolezza e secondo principi saldi, anche perché certi fatti giungono improvvisi, inattesi ed egli non può non accettare le condizioni poste: deve assuppare e tacere e anche quando applica le norme a cui vorrebbe ispirarsi nel suo agire è costretto a venire a compromessi o ad accettare i fallimenti che l’applicazione comporta, ad esempio, il non pagare il pizzo. Ma tutte le avventure in cui incorre non sono vissute invano: Mimmo impara e cresce, vive un vero e proprio processo di formazione che alla fine lo porterà ad essere un marito e padre sereno che riprende a fare anche, grazie ad una nuova emittente televisiva, il cronista sportivo. Alla fine ha acquisito una consapevolezza tale sul senso della vita da poterlo definire un filosofo appartenente alla corrente degli “esemplicalcisti”, infatti, a prescindere dal neologismo adesso inventato, per rendere più accessibile la filosofia di vita a cui alla fine è pervenuto, il nostro protagonista si serve spesso di paragoni calcistici così sintetizzabili: la vita è una partita di calcio con i suoi gol, i suoi rigori, etc..., dipende dalla tua abilità di calciatore cogliere le occasioni e alla fine portare la squadra alla vittoria. Ma sintetizzare forse non basta a rendere chiaro e fruibile il pensiero di Mimmo, pertanto appare opportuno proporre le sue parole:“ Non sei buono. Non sei perbene, non sei niente. Sei solo il risultato di un’occasione.

L’hai colta , è andata così, fine. Certe volte puoi deviare, come ho fatto io. Cogliere l’occasione di essere diverso, a un certo punto. (292). Perché alla fine della fiera , c’è poco da dire. È un po’ come nel calcio, uno inizia a cinque \ sei anni ed entro poco deve imparare i fondamentali: calcio, stop,dribbling, contrasto. Se non impara in fretta... E la vita è uguale: o ti sbrighi a imparare l’abc. O quella ti fotte e ti lascia fuori dai giochi, ad aspettare in panchina...È tutta una questione di fondamentali. Solo che io c’ho messo più di quarant’anni ad impararli. E continuo a pagarne le conseguenze. “ (pagg.292,318,319). Ci pare che nessun commento o sintesi, meglio delle parole del narratore, possa rendere più esplicito il suo pensiero. Prima si è adoperato il termine assuppare ed è stato scritto in corsivo per porne in evidenza l’appartenenza al dialetto siciliano, orbene di parole in dialetto è infarcito tutto il romanzo che spesso propone anche interi dialoghi in siciliano.

Per quanto riguarda la lingua italiana si può affermare che essa propone la struttura morfo-sitattica dell’italiano parlato dal Palermitano medio, che non solo intercala il suo italiano con parole o frasi idiomatiche in dialetto, ma tende anche a trasporne in lingua italiana la struttura morfo-sintattica. La creazione di questo stile è particolare e non ha precedenti nelle le sue specificità. Meno interessanti appaiono certe innovazioni ortografiche (esempi: “Ci sono quelli che giocano a calcetto, pure che c’hanno una panza tanta”; “Diciamo che io c’ho una mezza passione per i magazzini; pagg. 52, 53), che oltre ad essere cacofoniche , talvolta impediscono la immediata ricezione del significato del periodo in cui sono inseriti. Ma a prescindere da tale notazione che pur bisognava fare , il romanzo è da leggersi sia perché coinvolgente per la trama avventurosa e lo stile originale, sia perché umoristico, in grado nello stesso tempo di suscitare riflessioni, emozioni e sorriso... dolce\ amaro, insomma Appalermo, Appalermo! è un romanzo che non si riesce ad abbandonare se prima non si giunge alla conclusione.

Recensione
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