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Care ombre perdute

Care ombre perdute è il titolo dell’ultima fatica letteraria di Filippo Solito Margani e tale titolo è esplicativo del contenuto della stessa: memoria ,ricordo, rievocazione, corroborata da attenta documentazione della storia dei suoi antenati.

Forse ognuno di noi, giunto ad una fase avanzata della vita è indotto a interrogarsi non solo sulla sua esistenza, ma anche sulle proprie radici, sulla propria provenienza, quasi a voler dare circolarità perfetta alla dimensione temporale della propria vita

Bergson, Nell’evoluzione creatrice propone una concezione del tempo come “durata”,ossia come coesistenza in ognuno di noi di passato e di presente,o meglio noi siamo oggi,come il nostro passato ci ha plasmato, sicché quest’ultimo rivive nell’oggi attraverso il nostro agire e il nostro pensare.

Orbene tale consapevolezza è una delle ragioni che presumibilmente ha indotto il nostro Filippo ad andare indietro nel tempo, ad indagare il passato remoto della sua famiglia. Gli avi rivivono in noi sia geneticamente, sia dal punto di vista etico-morale, attraverso i valori che hanno fatto propri e ci hanno tramandato, rendendoci ciò che siamo e non altri. Ma al di là di ogni motivazione filosofica o scientifica, che qualsiasi lettore dotato di atteggiamento critico-riflessivo, può avanzare intorno alle ragioni che possano avere indotto l’autore a questa rievocazione memoriale, è vero che Solito sente un legame spirituale, religioso, direi occulto ed arcano con i suoi antenati, sì da avvertirne la presenza quasi fisica. D’altronde lo spiritismo è una componente importante della formazione culturale dell’autore, basta a tal riguardo leggere una delle sue recenti pubblicazioni, l’opera “Dieci racconti da salvare”, dove in molti racconti si concretizza con la presenza della magia, di maghi , di apparizioni di fantasmi. Lo spiritismo era molto in voga a fine Ottocento, quando l’ottimismo scientista del Positivismo cominciava a cedere ad istanze diverse, interiori, profonde, espressione dell’incipit della crisi spirituale e culturale di quel tempo; oggi, in un vichiano ricorso storico, viviamo le stesse condizioni di incertezza, di crisi, causate dal venir meno dei valori tradizionali e dalla precarietà socio-economico, che la globalizzazione ha determinato e F. Solito Margani da artista sensibile e profondo quale egli è, sa coglierla e, nella documentata ricostruzione della storia dei suoi avi, non manca di porci anche di fronte a pagine di bella narrativa in cui gli antenati, imponendosi alla mente e al cuore nell’essenza dei valori che per lui hanno rappresentato, al punto da imporsi quali modelli di vita, acquistano concretezza fisica e colpiscono i suoi sensi con visioni, fruscìi, voci.

Così descrivendo la casa che suo padre aveva ereditato da Filippo Solito Aliota, medico chirurgo, il nostro omonimo Filippo, scrive a proposito della madre di quest’ultimo che “talvolta, come per un fenomeno occulto sentivamo ancora il fruscio della sua veste per il salotto damascato, quando era immerso nel buio. E non solo, la sera quando in soffitta studiava alla tenue luce di una” lucerna, mentre l’olio stranamente crepitava, come mosso da un agente invisibile, nella zona d’ombra dei bauli e di un armadio enorme, mi parve di sentire una voce. Era come se lo zio Vincenzo (padre di Filippo, il medico chirurgo), fosse lì. Era una voce d’età matura, pacata, lenta, come se ne sentivano allora, come portata dal vento che scuoteva i vetri e annunciava gelo”.

La presenza visivo-fonica dello zio Vincenzo e di sua madre diventa quindi, come si è già accennato, anche presenza di valenza etico-morale: l’amore filiale e coniugale, l’onestà la pietà e la solidarietà nei confronti degli umili e degli oppressi che hanno caratterizzato la loro esistenza, non solo sono diventati per lo scrittore prassi di vita, ma egli nel riproporne il ricordo ne ripropone il modello anche alla società di oggi, che proprio nel venir meno di tali valori trova la matrice prima della crisi in cui è in atto avviluppata.

Ma al di là di ogni considerazione inseribile nel contesto della crisi sociale, economica e valoriale che stiamo vivendo, la presenza degli oltrepassati possiamo considerarla sia un topos, ossia una tematica frequente nella produzione letteraria del nostro scrittore, sia soprattutto un’espressione di legame affettivo, di cultura e di civiltà.

Tempo fa, in uno dei nostri occasionali incontri, il dott. Solito Margani mi disse che per lui era un dovere da adempiere scrivere il presente volume. “Dovere”, quindi è parola chiave, dietro la quale si cela sia l’affetto e la riconoscenza del rampollo, sia l’importanza che viene attribuita al culto dei morti che a sua volta è insieme un atto di consapevolezza storico-civile, di fede religiosa e di pia illusione di poter continuare a comunicare con i cari estinti ed istaurare con loro, come recita Foscolo nei Sepolcri “una corrispondenza di amorosi sensi”. Infine appare opportuno rilevare come la rievocazione dei propri antenati diventa occasione per immergerci nella storia, ,per farci conoscere il contesto in cui da vivi essi agirono ed operarono, così si passa dai tempi di Pietro III d’Aragona, quando la famiglia Solito dalla Spagna venne per la prima volta in Sicilia sino al Secondo dopoguerra, gli anni cinquanta, quando a Gela, la Terranova del passato, come altrove in Italia, insieme alla ricostruzione cominciò, come sostiene l’autore, “il sacco edilizio, la cementificazione selvaggia coadiuvata da losche figure di estortori, piombati come avvoltoi chissà da dove intorno al cemento e all’apertura di nuovi esercizi”, e, ahimè anche la palazzina dei Solito-Aliotta, cadde vittima della ricostruzione. Inutile le sollecitazioni rivolte all’onorevole Aldisio, non solo anche lui di Gela, ma salvato nella sua primissima infanzia dal dott. V. Solito. La casa venne espropriata per pubblica utilità dal comune e poi distrutta. Scrive lo scrittore:”l’amena palazzina, da dove si erano librati i miei sogni e dove erano germinati i miei studi, il grano del futuro, tra pochi mesi sarebbe scomparsa” e quando fu abbattuta ”non volle vederla cadere a pezzi... ma le picconate ”li sentì tuutti nel cuore”. Ai primi di gennaio del ’54, così la famiglia Solito si trasferisce a Palermo e qui il nostro caro scrittore inizia una nuova vita che intensamente vissuta nella gioia e nel dolore, nei numerosi ed eterogenei accidenti ed eventi che l’esistenza gli ha riservato, come li riserva ad ognuno di noi, è giunta ad oggi, “momento storico di grande smarrimento” come scrive, e da scrittore della storia della sua famiglia, ma soprattutto da uomo che attraverso gli insegnamenti dei suoi cari ha saputo valorizzare ogni momento della sua vita,bello o brutto che fosse, non gli resta che proporre “ a tanta gente rassegnata che ciondola lungo i marciapiedi,afflitta nell’anima e rabbuiata nel volto “di fare propri quei valori che, come già è stato rilevato, prima di essere delle “sue care ombre perdute” furono e saranno sempre i principi su cui si fonda la civiltà.

La poesia cimiteriale era molto in voga in età preromantica, quando dalla stessa matrice dell’Illuminismo, la considerazione della natura come vivente, porta progressivamente all’abbandono del razionalismo imperante e alla rivalutazione dei sentimenti e degli istinti. Essa dall’Inghilterra si diffuse anche in Italia ed I Cimiteri di Ippolito Pindemonte e i citati Sepolcri di U. Foscolo ne sono le principali espressioni. Ma non è necessario andare così indietro nel tempo per trovare una cospicua letteratura in cui il culto degli estinti, il culto degli affetti familiari, diventa espressione di vagheggiamenti malinconici e lontani come in Pascoli, Montale oppure grido disperato di dolore, come in Ungaretti, che piange senza rassegnazione la morte del figlio Antonietto, o ancora pur nell’ambito di un estroso immaginare, drammatica rappresentazione, addolcita in malinconica elegia, come in Caproni

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