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La brutalità della vita e la brutalità della parola nel romanzo

Il romanzo Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti possiede tutte le caratteristiche formali e contenutistiche per essere considerato dal lettore medio un best-seller. Strutturalmente esso è diviso in due parti: prima e dopo, preceduti da un prologo; il prima comprende tre giorni (venerdì, sabato e domenica), il dopo ne include altri tre (lunedì, martedì e mercoledì). La struttura dell’opera coincide quindi con la dimensione temporale. Quest’ultima a sua volta, pur nello scandirsi dei giorni, si sottrae ad una specifica determinazione cronologica attraverso la generica successione di ciò che accade prima e dopo l’apocalittico temporale che investì la località di Varrano e la pianura circostante, la notte compresa tra domenica e lunedì. La dimensione spaziale è invece dettagliatamente proposta con la descrizione analitica degli interni, del paese, della pianura circostante piena di capannoni industriali, campi, villette, boschi, strade, ponti, fiumi, palcoscenico tragico di eventi che nella cieca brutalità del loro realizzarsi, tuttavia non escludono l’esistenza o la ricerca di valori anche metafisici.

Protagonisti sono quattro personaggi: Rino e Cristiano Zeno, padre e figlio uniti da un amore viscerale e violento; Danilo Aprea, angosciato dal senso di colpa per la morte occasionale della figlia, evento che è stato anche la causa preminente della separazione dalla moglie; Quattro Formaggi (così chiamato perché preferiva la pizza omonima), un uomo strano soprattutto dopo un incidente con i fili dell’alta tensione. La comune condizione di disoccupati, di miserabili e di alcolizzati li rende molto amici e condividono insieme esperienze e problemi.

Un giorno Danilo propone di scassinare un bancomat per dare una svolta alla loro vita di deietti. In una notte di terribile tempesta però le loro sorti si dividono tragicamente, poiché ognuno di essi resterà legato a ciò in cui crede o che il caso, scambiato per Dio, farà sentire come tale. Così Dino per la paura di essere scoperto e di essere privato dai servizi sociali della compagnia del figlio, alla fine non vuole più partecipare allo scasso; Quattro Formaggi, strano com’è, indugia a lungo ad uscire di casa e quando decide di farlo il caso gli farà incontrare una biondina che sprigiona in lui sfrenato erotismo e istinti oscuri che lo inducono all’omicidio della ragazza, compagna di scuola di Cristiano. Nell’impotenza della sua balordaggine , telefona a Rino che accorso, nel vedere l’operato dell’amico lo colpisce violentemente, ma anche lui cade a terra, come morto a causa di un’emorragia cerebrale da tempo annunziata da forti emicranie. Danilo così, affronta da solo lo scasso al bancomat nel sogno di potersi rifare una nuova vita con l’ex moglie ,che non aveva mai smesso di amare, ma poiché era ubriaco, nel recarsi presso la banca muore a causa di un incidente stradale. Frattanto la tempesta imperversa, i fiumi straripano,il fango seppellisce ogni cosa, anche la loro vita.

Tutto come Dio comanda, infatti se Quattro Formaggi si sente innocente, perché uccidendo la ragazza si convince di eseguire un ordine divino, anche la sorte degli altri sembra ordinata da un Dio violento che ama accanirsi contro i miserabili. Altri personaggi, altre storie s’intersecano nella vita dei quattro amici e l’opera nel complesso risulta avvincente, uno di quei romanzi che il lettore non riesce a posare se prima non sa “ come va a finire”.

Ne esce fuori un grande affresco che ci pone di fronte agli emarginati della società attuale, che spesso la precarietà lavorativa ed economica rende violenti anche nell’esplicazione dei sentimenti più forti e puri, quale l’amore paterno, viscerale e perciò illimitato che unisce Rino al figlio Cristiano. Per Ammaniti, se la sofferenza è di tutti, non pare distribuirsi in modo uguale in tutte le classi sociali, sembra preferire i poveri, gli offesi, inducendoli ad acquisire progressivamente un habitus morale e un conseguente modus vivendi che alla violenza affida la propria vita, gli affetti e la stessa morte

Questa è un’ideologia opinabile, ma sostenuta fortemente dall’autore attraverso gli eventi narrati e le parole dei personaggi, anche se poi, in fondo, anche questi ultimi sono alla ricerca di un proprio Dio, al di là della brutalità della loro vita. In Quattro Formaggi questo bisogno di Dio diventa maniacale e si esplica non solo nell’atto omicida da lui santificato, ma anche nello zelo paranoico con cui si dedica alla realizzazione del suo grottesco presepe che con il cadavere della ragazza, avrebbe avuto il compimento migliore. E che dire di Danilo? Quando trova le chiavi della sua macchina nel fiume, dopo cinque anni da quel maledetto giorno in cui, essendo morta sua figlia, gliele aveva buttate, pensa che”su in cielo c’era qualcuno che l’aiutava”. Il miracolo capita pure a Beppe Trecca, l’assistente sociale che seguiva Cristiano. L’uomo di colore che, da lui investito sembrava morto, torna a vivere dopo il suo voto che lo impegnava a non rivedere Ida Lo Vino, sua amante e moglie del suo migliore amico. Il romanzo così è realistico anche nella descrizione della percezione del divino: Dio abitualmente assente nel quotidiano o addirittura sentito come persecutore degli afflitti o mandante di omicidi, diviene entità positiva e presente, quando sporadici fatti considerati miracolistici costellano il ginepraio confuso dell’esistenza.

Questo è il messaggio quasi blasfemo che Ammmaniti ci invia, messaggio a dire il vero non nuovo nell’ambito della letteratura contemporanea che spesso si serve degli strati sociali subalterni per attribuire a Dio situazioni e comportamenti la cui causa prima è da connettersi all’uomo e al suo egoismo.

La tecnica narrativa è cinematografica, soprattutto nella seconda parte, dove il filo del discorso viene interrotto spessissimo con brevi episodi che seguono di volta in volta l’azione dei vari personaggi; attuale anche la proposizione dei messaggi telefonici con il loro linguaggio sintetico ed iconografico. Il lessico è semplice, comune, ma anche volgare e spesso gratuitamente osceno; la sintassi ineccepibile, ma tale correttezza appare poco adatta al realismo e all’attualità ostentata, sicchè la perfezione grammaticale fa a pugni con l’oscenità del lessico.

L’attualità, il realismo devono necessariamente comportare la volgarità? La volgarità può essere letteratura? La parolaccia gratuita serve a dare realismo espressivo allo stile o a favorire la mercificazione del prodotto?

Domande disperate di chi si ostina a credere che l’arte per essere tale deve attenersi all’estetica; ma se quest’ultima indica l’insieme dei fattori richiesti ed accettati dal gusto e dal sentimento del bello, a me pare che il narratore si sia completamente dimenticato di tali fattori.

Anche la pornografia è letteratura se realizzata con arte, ma il linguaggio volutamente e insistentemente osceno e volgare no. Da sempre la volgarità espressiva fa parte del linguaggio della gente comune, non per questo i grandi scrittori realisti o neorealisti hanno fatto uso di un lessico simile per proporci un quadro reale anche degli strati più bassi della società.

Recensione
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