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Con lo sguardo in su

Il romanzo ”Con lo sguardo in su” di Alessia Franco è un romanzo ascrivibile nel sottogenere verista e nello stesso tempo in quello di formazione perché descrive con esaustivi dettagli qual’era la vita delle masse popolari nei primi decenni del secolo scorso e nello stesso tempo racconta l’origine e il processo di maturazione della protagonista.

Soprattutto nei borghi, nei paesini dell’entroterra, la miseria era dilagante e non solo, se si prescinde dalle case e dai palazzi dell’alta borghesia e dei nobili, anche le umili case e le strade piene di fango erano in perfetta sintonia con la miseria e il luridume, che albergava anche dentro quelle catapecchie. La scarsa igiene non era certo voluta, ma la convivenza di esseri umani ed animali, insieme alla mancanza di acqua corrente, rendeva inevitabile che regnasse sovrana insieme alla miseria anche la sporcizia che, in un certo senso, ne diviene l’emblema.

Questa è anche la condizione della casa in cui viveva Sisidda, la protagonista del romanzo, che per l’indigenza familiare viene mandata dai genitori in servizio presso una famiglia dell’alta borghesia palermitana, né sorte migliore hanno avuto i suoi fratelli che lavorano in miniera, nelle zolfare. Sisidda, quando accompagnata dalla madre si reca a Palermo, sta con lo sguardo in su per ammirare le bellezze architettoniche della città, ma poi abbassa gli occhi perché si vergogna, ritenendosi quasi indegna di tanta magnificenza. Sarà la madre ad indurla a rialzare lo sguardo, a non perdere la visione di tanta bellezza, perché agognandola si può aspirare al suo possesso, infatti ”la bellezza è di tutti. Anzi, è proprio di chi sa guardarla, di chi la ama e vuole custodirla” (pag.22) e lei forse la meritava ancora di più perché, pur non conoscendola, se ne era accorta. Tra lei, neoservetta e Josetta, figlia dei suoi padroni, s’instaura un rapporto di amicizia, vero, sincero e crescono insieme, vivono esperienze varie di vita e Sisidda, anche grazie alla sua amica, impara a stare con lo sguardo in su, come la madre le aveva suggerito, ad aspirare al meglio nella vita, ad essere se stessa e realizzare il sogno d’amore con Antonio, il bambino del suo borgo, conosciuto sin da piccola.

Tra tanta narrativa di formazione, l’accostamento più immediato e spontaneo è quello con il romanzo “L’amica geniale” di Elena Ferrante, infatti anche in quest’ultimo sono protagoniste due bambine che divenute donne, al di là di ogni invidia, nel separarsi continuano a crescere insieme e reciprocamente a capirsi, così come accade anche a Sisidda e Josetta, la cui corrispondenza epistolare dopo la loro separazione e con cui il romanzo si conclude, dimostra come la reciproca comprensione, il confidarsi continui ad essere fonte di accrescimento e maturazione per entrambi ed espressione di autentica amicizia.

Il linguaggio è semplice e chiaro, come si addice all’età delle protagoniste, la posizione del narratore ora è eterodiegetica, ora omodiegetica e non solo, in quest’ultimo caso, sono entrambi le cooprotagoniste a prendere di capitolo in capitolo la parola, ma al di là di ogni considerazione estetica l’opera è valida per il carattere di denuncia che essa assume. Anche oggi infatti, la nostra società presenta notevoli sperequazioni economiche per cui pochi possiedono moltissimo, tanti appena per sopravvivere, tantissimi neanche questo.

Recensione
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