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Cristalli di luce

Cristalli di luce è il titolo della raccolta poetica di Rosa Maria Chiarello e di cristalli di luce la raccolta ne presenta tantissimi, sicchè possiamo anche considerare tale intestazione una perifrasi metonimica, in cui viene proposto l’effetto per la causa e se andiamo alla ricerca di quest’ultima anche il lettore più sprovveduto si accorge che essa consiste nell’ amore: c’è l’amore per i figli, per il marito, per i genitori ed i nonni, che spesso brilla puro nella sua intensità e totalità, sicché la luce ne diventa una calzante metafora.

Ma i cristalli di luce di Maria Rosa non illuminano solo la cerchia familiare, espandono la loro luminosità verso lo straniero, il barbone e l’immigrato che vaga per le vie della città “a chiedere un tozzo di pane”, verso i matti che “chiusi in una gabbia di ossessioni \ s’incamminano per i muri vuoti delle case” (Matti, pag. 68) e ancora verso i drogati, le prostitute, “prigioniere di un ruolo \ che non ...appartiene” loro, o ancora le bambine costrette a prostituirsi, che distese su un letto troppo grande per loro guardano spauriti “il prossimo a venire” (Prostituta bambina, pag. 117), o ancora verso i morti in guerra, sia essa la guerra e gli atti terroristici di oggi o quella di ieri, che pur non vissuta personalmente è viva nella memoria non solo attraverso lo studio della storia, ma anche attraverso i racconti dei nonni e del padre, attraverso le ricorrenze, quale il giorno della memoria.

Ma l’amore per potersi esplicare nella sua purezza implica la conoscenza e la condivisione delle sofferenze altrui, implica il nascere di amari ricordi o di ansie e timori per le persone amate e solo di rado riesce ad esplicarsi puro, senza opacizzazioni (pag.14, 16), infatti molto più spesso esso, l’amore, comporta sofferenza, dolore, ansia, quasi in un’osmosi inseparabile, come se i cristalli di luce nel loro scintillio non possono non trovare alimento se non nel dolore, non possono brillare se non soffrendo, sia che i versi siano rivolti ai suoi familiari, sia che rivolgano l’attenzione alla realtà che ci circonda.

Così, ad esempio, soffre in qualità di madre, per i figli ormai grandi e lontani, oppure in qualità di figlia per la perdita dei propri cari, per il rammarico di non aver detto o fatto qualcosa che adesso non può più fare, soffre in qualità di donna che vede intorno a sé e nel mondo tante ingiustizie, tanta corruzione, tanto male. Ed è proprio il soffrire che talvolta genera nella poetessa scoramento, consapevolezza d’impotenza o d’incomprensione nei suoi confronti e perciò senso di solitudine e male di vivere che non viene esplicato con montaliane perifrasi metaforiche, bensì nella concretezza del sentire e del poetare (pag. 92,93,97); però non è un costante stato d’animo, infatti c’è anche la Rosa Maria nella sua pienezza vitale, l’io che trova il senso del vivere nel dare o nel denunziare o ancora nell’accettare il quotidiano e nel sublimarlo nella preghiera e nella fede in Dio. La sofferenza è quindi l’humus generante dei cristalli di luce, che non è pertanto luminosità riflessa dal sole, ma generata nell’anima e perciò amore.

Questo parte dall’io per espandersi, in cerchi concentrici, come quelli generati da un sasso buttato in un lago: dalla famiglia alla società, al mondo, in un allargarsi di visioni empatiche che inducono a definire la poesia di Rosa Maria Chiarello non solo di carattere esistenziale, ma anche sociale, impegnata, di denuncia. La pluralità di temi trattati, pertanto, ci mostra una donna che trova nella parola poetica lo strumento a lei più consono per esprimere se stessa, il fiume in piena della sua anima, che scorre nell’alveo della sua famiglia, e sfocia nel mare della società.

Da quanto detto si desume che per Rosa Maria, come per Penna e Caproni, la poesia è racconto di vita: la sua vita, ma anche quella della società, del mondo in cui stiamo vivendo, per cui viene spontaneo anche l’accostamento a Ungaretti, Quasimodo, Montale, Pasolini. E, proprio perché la poesia si pone come racconto, la poetessa ricorre anche ad elementi formali semplici, quali il verso libero con sporadiche rime, assonanze o consonanze, (p.24,25), o a livello retorico, l’uso dell’anafora (p.16), quasi ad intensificare con la ripetizione nell’incipit dei versi, l’intensità del sentire. Insomma la sua poesia rappresenta un tipo di letteratura che può appartenere alla vita di tutti, che tutte le donne che amano la propria famiglia e condividono nella propria essenza i problemi di questa nostra società, possono riconoscere e sentire come propria e vivere come la nostra poetessa la liberazione dal patire, la metamorfosi del soffrire in cristalli di luce, la catarsi che la poesia sa generare in chi la scrive e in chi la legge.

Recensione
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