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La silloge Cronaca di Giuseppe Pirrera, come è stato già notato dal prefatore A. De Rosalia, non è una raccolta di testi poetici irrelati tra di loro, ma un piccolo poema in cui il poeta narra una storia: il presente-cronaca diventa occasione di flash-back che rievocano personaggi, eventi, riflessioni su di un passato che, pur non essendoci più, ci appartiene, se l’essenza del nostro io da quel passato dipende e ci fa essere quel che siamo e non altri.

Non c’è la maddalenne di Marcel Proust che ci porta indietro, ma la vita”rosa irrecuperabile” (ultima poesia, n  23) nella realtà, ma tutta presente come cronaca nella memoria.

La visita di un gruppo di donne (p. n  1), forse in occasione di una vendita all’incanto ”Svendettero i suoi libri, il suo violino”(p. 23), a un vecchio palazzo  pieno di oggetti “di obsoleto pregio”(p. n 1) è l‘incipit dei fash-back.

“Un albero sfioriva la finestra” si legge in un verso del primo componimento e qui è lo zeugma a rivelare al lettore che trattasi dell’ autunno, questo ricompare di nuovo nella ventunesimo e terz‘ultimo testo: ”settembre…| era già autunno“, quindi è questa  stagione che, dalla dimora di Sant’Erasmo dove oggi vengono chiusi “i conti con il bene e con il male: | con il sole e i fiori, | con la storia”, favorisce l’insorgere della memoria involontaria che riporta, come in Svevo e in Pirandello, a fatti, a persone di ieri, forse emblemi necessari, di ricercata epifanica innocenza (chi lo sa!) se, nella consapevolezza che “ognuno muore solo” diventa “fortuna cedere al motivo | d’una canzone antica | che sapevi: | creola, creola dalla bruna aureola…” (p.n  23)

La dimensione temporale è quindi la bergsoniana durata ed essa giustifica come dalla visione primigenia “C’era pure un ritratto della madre“ (p. n  3) il poeta metta in moto i ricordi, e torni  poi sugli stessi, in un andirivieni che dal privato porta alla storia (l’emigrazione in America, la guerra) e da questa di nuovo al vissuto personale.

Una crepuscolare malinconia aleggia costantemente nel flusso dei ricordi, tra le piccole cose, forse di gozzaniano pessimo gusto, ”ciarpame di mercato delle pulci” (p.n  2), tuttavia siamo lontani dal distacco ironico del poeta torinese, infatti per Pirrera la malinconia è come una lente attraverso la quale realizza l’approccio all’ieri -oggi e all’oggi-ieri della vita.

Anche lo stile dell’opera risente dell’influsso crepuscolare, infatti il lessico è in genere comune, la sintassi piana, numerose sono le ripetizione di parole e sintagmi, che fungono  da spie attraverso le quali si rivelano la psicologia, lo stato d’animo profondo con cui l’artista guarda “la vita di qualcuno, che percorrendo le nostre stesse strade, seminò pensieri,atti….” (postfazione dell’autore).

Recensione
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