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Di niente e di nessuno

Ho letto con piacere e con orgoglio il romanzo di Dario, mio ex allievo del liceo Cannizzaro. Con piacere perché è un bel romanzo, con orgoglio perché è stato un mio allievo che, incline all’ambito umanistico, ha saputo far germogliare i semi gettati, conseguendo la laurea in lettere e divenendo non solo un bravo docente, ma anche scrittore. “Di niente e di nessuno” ed. Fazi, è il suo primo romanzo e sono sicura che ne scriverà tanti altri perché la creatività, l’ispirazione sono doti innate che nessuno riesce a mettere a tacere, anche quando per vari ragioni non si pubblica e tutto resta chiuso in segreti cassetti.

Trattasi di un romano di formazione, perché Dario ci narra, attraverso le esperienze vissute dal protagonista, la progressiva evoluzione di quest’ultimo verso il conseguimento della maturità, ma è anche un romanzo verista perché c’immerge nella realtà ambientale e sociale di un noto quartiere palermitano: Brancaccio. Rosario è un’adolescente e, come tanti, studia, ama il calcio e, come il nonno, diventa portiere della squadra del quartiere, realizzando così un celato desiderio della madre, una casalinga del tutto dedita alla famiglia. Però da tale ruolo Rosario non riceverà riconoscimenti, né trofei, come suo nonno, ma solo invidia, conseguenti pestaggi, prevaricazioni. In itinere conoscerà anche l’amore e la dedizione di un cane randagio, a cui darà il nome Jonathan, un nome emblematico nella sua vita perché è quello di un suo, per molto tempo sconosciuto, fratellastro, ma anche quello che avrebbe voluto dare a lui il suo ambiguo padre, che vive tra lecito ed illecito sia a livello lavorativo che sentimentale. Jonathan in ebraico significa dono di Dio e, come si legge nelle righe conclusive del romanzo” una storia da scrivere, una madre da guarire e due Jonathan di cui prendersi cura”, saranno alla fine per Rosario, il dono divino che daranno significazione alla sua vita.

Le violenze e le prevaricazioni subite, ma anche l’amore nelle varie esplicazioni che la vita gli consente di manifestare, non escluso quello per la lettura, sembrano quasi riti d’iniziazione, attraverso i quali il nostro protagonista cresce e capisce il ruolo che nella sua vita vuole avere e gli obiettivi che vuole raggiungere. Il romanzo di formazione implica la descrizione di stati d’animo, emozioni, immaginazioni, così talvolta, ad esempio, si evince la gelosia del figlio nei confronti del padre, quando la mamma esplica qualche attenzione nei confronti di quest’ultimo, infatti a pag 21 si legge:” quando finimmo di mangiare, mia madre non si affrettò a lavare i piatti. Si sedette sul divano accanto a mio padre e gli studiò l’attaccatura della barba. Io, invece, rimasi seduto a tavola, suonai le percussioni con le posate sul piatto.

Non mi andava di guardare mia madre quando era affettuosa con lui. “Poi, sebbene non avessi sonno, mi distesi sul letto”; oppure c’è la prefigurazione della malattia materna, quando più volte nel corso del romanzo sogna di trovare “la madre a terra in una pozza di piscio”(pag. 13 etc) e non aggiungo altro per evitare di scemare la vostra curiosità di lettori. Il romanzo è stato definito da me anche verista, infatti l’ambiente degradato della periferia emerge integralmente sia a livello ecologico che sociale. A Brancaccio, la spazzatura è in ogni dove, infatti con tono di denuncia il protagonista Rosario scrive a pag.15 che “le strade sono un immondezzaio a cielo aperto, un’impensabile selezione di rifiuti. Sul marciapiede c’è persino la centrifuga di una lavatrice e un assorbente incrostato di sangue”.

Purtroppo anche la gente che vi abita è degradata. Degradata perché in genere povera, degradata perché il malaffare, la violenza, la prevaricazione dei più forti, la mafiosità , anche se la parola mafia non viene mai adoperata, vi alligna con fortissimi radici; basta ricordare le prevaricazioni subite dal povero Rosario, sino ad averne quasi lesa la sua integrità fisica. A questo punto mi sembra opportuno soffermarmi sul titolo “ Di niente e di nessuno”, traduzione in lingua italiana con l’ellissi del soggetto e del verbo della frase in dialetto” Iu un mi scantu di nenti e di nuddu”, frase che ricorre tantissime volte nella narrazione e che nella sua essenza semantica, rende appieno la violenza e la prevaricazione che vige a Brancaccio, dove, al di là di ogni principio di legalità, ogni abitante viene aggredito “ se sgarra” e a sua volta aggredisce, senza “scantarsi di nenti e di nuddu” se non vuole passare per fesso ed essere sempre vittima sacrificale. Prevale insomma la legge del più forte e guai a sottrarsi a tale norma, eppure il nostro Rosario ci riesce, riesce a guardare oltre quel piccolo mondo malvagio e perverso, anzi esso è il terreno giusto per la sua formazione, per fare emergere la sua indole buona e, senza “scantarsi di nenti e di nuddu”, agire bene, darsi degli obiettivi moralmente ed eticamente edificanti.

Dunque possiamo dire che la suddetta frase è semanticamente ambivalente perché può essere emblema di violenza e vendetta, ma anche di amore e carità. Tutto dipende dall’indole di ogni singolo individuo e dalla formazione umana e culturale di cui ognuno ha fruito. La lingua e lo stile sono perfettamente consone al contesto storico-sociale in cui gli eventi si svolgono, infatti il romanzo è ampiamente infarcito di termini o frasi dialettali; così, oltre alla famosa frase semanticamente rilevante, troviamo frasi come ”Chi fai ‘a lassi tierra a to matri?”, o singole parole, come “scanazzati, putia, etc…, o sintagmi, come “ a menza paruola”e la stessa struttura morfo sintattica dell’italiano rispecchia spesso quella del dialetto. Un verismo stilistico che come in Verga o, se vogliamo citare uno scrittore vivente, Camilleri, tende a riproporre anche nella forma il contesto sociale in cui gli eventi si svolgono. I romanzi di formazione sono numerosi, e, anche solo a limitarsi agli autori italiani del Novecento potremmo fare un nutrito elenco, basta citare Calvino con I sentieri dei nidi di ragno; Moravia con gli Indifferenti, Agostino Saba con Ernesto; Pasolini con Ragazzi di vita o autori ancora piu vicini, attuali , quale Alessio Torino con Tina; Paola Mastrocola, con L’anno che non caddero le foglie; Cristiano Cavina con Pinna morsicata; Giuseppe Catozzella con il Grande futuro, etc…, ma il romanzo di formazione di autore contemporaneo a cui più mi piace accostare il romanzo di Dario, è quello di Carlo Loforti, Appalermo, Appalermo non solo per l’affinità del contesto storico-sociale, ma anche per l’abilità dei due scrittori palermitani di sapere adeguare lingua e stile che in entrambi al suddetto contesto si adegua.

1) Il narratore è omodiegetico, il protagonista Rosario narra in prima persona. Tale scelta è esclusivamente letteraria o nasce da una identificazione etico-morale con il protagonista oppure potremmo dire che narratore ed autore coincidono, insomma c’è dell’ autobiografico?

2) Il romanzo in itinere, contiene qualche poesia; dobbiamo attenderci che questo sia preludio della prossima pubblicazione di una tua silloge poetica?

3) Rosario mostra amore per la mitologia e mi pare che a volte tenda ad attualizzarla, collegando e paragonando alcuni comportamenti dei personaggi del romanzo con quelli di personaggi mitologici. Cosa vuoi dire al lettore, vuoi giustificare i comportamenti dei personaggi, visto che in occasioni affini anche gli dei e gli eroi si comportavano allo stesso modo?

4) Ricordi qualche romanzo di formazione, escludendo I Promessi sposi, letto durante il tuo percorso scolastico?

5) Parlaci dell’insorgere della tua ispirazione artistica. Come ti è nata l’idea di scrivere questo romanzo, perché lo hai scritto, pensi di fare della scrittura la seconda professione della tua vita?

Recensione
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