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La nota iniziale di Tommaso Romano alla sua ultima silloge Dilivrarmi è insieme un’esplicazione dell’origine letteraria del titolo, ma anche parola-chiave in cui emblematicamente si racchiude il nucleo ideologico ed estetico che presiede non solo alla raccolta in oggetto, ma all’intera produzione dell’autore. Il dilivrarmi petrarchesco allude anche per T. Romano al desiderio di elevazione dalla terra al cielo,dalla miseria umana e dal transeunte terreno al mistero dell’eterno. Questo processo di redenzione, questo tendere al bello e al bene, alla pienezza armonica dell’essere, il travaglio contrastivo e perciò operativo che tale aspirazione implica, vengono proposti attraverso la parola poetica,ma ,si badi bene, la poesia a cui il poeta si riferisce non è la poesia “in esercizio di termini odierni | scrittura automatica | o trovata paradossale” ..ma ”….la poesia | della vita | della sua anima insonne | della sua graffiante libertà…….la poesia | viva di Grazia…..” "nell’inesplorabile totalità | senza più ore, né stagioni, né tempo” (Poesia, pag. 85) quindi una parola poetica frutto d’ispirazione e di cultura di matrice letteraria e filosofica che come strumento magico, riesca a svelare il quid eterno delle cose e degli eventi, del male e del bene, le radici opache ed interrate della ragione e il “pulviscolo stellare” (Chiarore, pag.35).

Non a caso “Svelamenti” è il titolo della prima sezione, dove la scrittura svela ed eterna, viene “in aiuto | per non dimenticare” da un lato che ”il cammino sulla terra” è “lastricato di chiodi”, dall’altra che volteggia “campata in aria l’anima delle stelle”(Anima delle stelle, pag. 23) e guardandole ogni sofferenza diventa lieve” come un fruscio di erbe liquide” (ibidem). Insomma si tende ad instaurare quasi un rapporto dialettico tra terreno-transeunte-male-brutto e divino-eterno-bene–bello, in cui la sintesi, per adoperare il linguaggio di Hegel, è lo svelamento stesso, il manifestarsi del non senso e del senso, del finito e dell’infinito che si rivela nelle maglie stesse di questa realtà, di questa natura nel ”chiarore | obliato nelle brume imprigionate….”.(Chiarore, pag. 35).

Ma il dilivrarsi che consente vari svelamenti nella prima sezione, perde la sua funzione epifanica nell’ultima, titolata “Limbo dell’eterna attesa” e diviene aspirazione, eterno desiderio: ”restano lontane lontananze | incolmabili ombre | in augurale destini, | incolmabili". In questa sezione più che altrove, l’attesa, il desiderio di svelamento si presentano come condizione esistenziale, tipica degli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi e, proprio per questo, viene assimilata dal poeta alla condizione delle anime del Limbo dantesco, che vivono in eterno desiderio di Dio. Il Limbo si pone quindi in rapporto analogico con la condizione umana e perciò del poeta che, pur nell’amara consapevolezza dell’ingiustizia, dell’immoralità e della sofferenza dell’hic et nunc, non smette tuttavia di attendere, di aspirare a verità e bellezza.

Il dilivrarsi e gli svelamenti, il limbo e l’eterna attesa sono termini ossimorici, così come in Ungaretti ”l’Allegria di naufragi”, infatti entrambi, pur nella coscienza del male di vivere non smettono di sperare, di cercare la salvezza e la poesia è lo strumento della ricerca e dell’approdo possibile. D’altra parte la stessa funzione salvifica viene attribuita ad essa da Montale, per non parlare dei tanti altri poeti che hanno una concezione altissima della poesia, ma fra tutti, scendendo giù nei secoli, dobbiamo ricordare perlomeno Dante che nell’XI canto dell’Inferno, considera la poesia e l’arte in genere “nepote a Dio”.

Queste due sezioni estreme, antitetiche in linee di massima, semanticamente, non sono tali dal punto di vista stilistico-formale, infatti in entrambe le sezioni il poeta adopera moduli espressivi analogici e cifrati, tipicamente ermetici,insomma le parole, volte a cogliere l’essenza, si stagliano spesso isolate nei versi, prive di quelle connessioni morfo-sintattiche che ne illanguidirebbero la carica semantico-espressiva.

Interposte a queste due poli estremi, si pongono le sezioni intermedie: Dediche ed Istantanee, dove il poeta adopera un linguaggio meno cripto, appare più disponibile ad un’apertura lessicale e sintattica e propone tematiche eterogenee. Occasioni,eventi ,luoghi, talvolta dettano versi pregnanti e descrittivi che nel leggerli suggeriscono alla nostra immaginazione espressioni paesaggistiche che ci ricordano Matisse o Derain infatti come i Fauves francesi si servivano del colore per caricare il reale delle proprie emozioni interiori, così T. Romano, carica di intensità semantica le parole: “E’ levigata come dolomite | a guardarla a picco sul mare | ora fra tetti rinsecchite antenne… “ (Snuvolare, pag. 73); tal’altra fanno emergere l’impegno morale e civile del poeta che con tono energico e titanico denuncia, ad esempio, “il sangue versato | incorrotto” (Oltre, pag. 44), a proposito delle stragi di mafia; oppure accostano il poeta, con un gusto quasi crepuscolare, ai “volti……arresi alla vita | smarriti…(Tram senza desideri) dei passeggeri di un tram, o al gatto bianco che ”all’Acquasanta | scruta e controlla | porzioni di mare.

Insomma, come afferma R. Nigro nella lettera al lettore, siamo di fronte ”a scorribande nella memoria” che propone liricamente anche piccoli eventi, squarci della sua amata Palermo, senza, tuttavia, mai abbandonare la meditazione alta che può scaturire anche dalle piccole cose.
Recensione
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