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Federica e Tanù

In I colori delle parole
Edizioni Arianna 2019

Federica aveva sei anni ed era una bimba dolce e carina; come tutti i bimbi, spesso sognava ad occhi aperti ed immaginava ciò che nella realtà non poteva ottenere. Il suo papà Peppino e la sua mamma Evelina lavoravano in banca e lei trascorreva quasi tutta la giornata insieme alla babysitter Cettina che le voleva tanto bene: giocava con lei, l’accompagnava a scuola e al parco giochi, le preparava bei pranzetti e l’aiutava pure a fare i compiti. A pomeriggio inoltrato finalmente i suoi genitori rincasavano e Cettina andava via. Mamma e papà erano molto stanchi di solito e, comunque, avevano tante altre faccende da sbrigare, cosi difficilmente avevano tempo per giocare con lei, ma Federica non si abbatteva: si ritirava nella sua stanzetta e giocava in compagnia di un suo amichetto immaginario, il folletto Tanù.

Un giorno però, nonostante chiamasse Tanù continuamente, egli non si faceva vedere. – Tanù perché non vieni, non vuoi giocare con le costruzioni? Dove sei, ti sei nascosto nel cassetto della biancheria o dentro l’armadio? Va beh..., se proprio non vuoi venire! Io mi affaccio un po’e passo il tempo a guardare la gente, il cielo, tu... forse non mi vuoi più bene..., è per questo che non vieni? – E così dicendo, aprì la finestra, si affacciò alla ringhiera del balcone e si mise a contare quanta gente passava per la strada: – Uno, due, tre..., uffa non passa più nessuno... ah quattro, cinque...! – E a poco a poco arrivò sino a trenta. La sua casa era al settimo piano di un palazzo, che si trovava in un quartiere residenziale della città e per la strada non passava molta gente, però poteva vedere un grande rettangolo di cielo, che a quell’ora, ormai, cominciava ad imbrunire: ad occidente una nuvola ancora rosata parlava del recente tramonto del sole, in un altro angolino, quasi appartata e timida si vedeva già una stella e accanto, velata da una nube sottile la luna, tonda tonda, dalla faccia buona.

– Ciao stella, ciao luna, – disse Federica, rivolgendo loro la parola, – sapete il mio amico Tanù stasera non è venuto, forse è malato oppure si è stancato di me..., boh...chi lo sa! Mi viene da piangere..., io gli voglio tanto bene..., mamma e papà hanno sempre da fare..., forse non mi amano, non mi vogliono...! Voi mi volete? Ditemi di sì, ditemi di sì! – E, mentre così parlava con la stella e con la luna, le lacrime solcavano le sue rosee guancette; ma ad un tratto vide sul naso della luna un ometto che con il braccio disteso, la salutava. – Oh Dio, chi sei? Ciao, ciao! – Esclamò Federica, salutando anche lei con la sua manina. – Chi sono? Sono il tuo folletto, Tanù ed abito qui, sulla luna, noi folletti è qui che abitiamo, voi, esseri umani, invece abitate sulla terra e quando ti vengo a trovare, è da qui che scendo! Noi siamo piccoletti e ci basta la piccola luna. Io sono il più alto di tutti, – disse con orgoglio, – sono alto trenta centimetri ed è per questo che tu adesso riesci a vedermi dalla terra, anche se per la lontananza non mi hai subito riconosciuto.

Vuoi venire a giocare con noi, qua sulla luna? Sai, io ho tante cose da fare qui, perché il popolo dei folletti mi ha nominato Presidente e non posso venire più a trovarti ogni sera – Federica non sapeva cosa rispondere, ma dopo un attimo di esitazione rispose: – Sì, vengo, però domani: voglio prepararmi i giocattoli, quelli ai quali voglio più bene. Se li lasciassi soli soffrirebbero, invece i miei genitori... avrebbero forse un peso in meno...! Domani, domani verrò con te. –

– Come vuoi, a domani allora! – Le rispose Tanù e la salutò con la sua piccola manina; poi scomparve.

– Federica, Federica vieni a mangiare, la cena è pronta ! – Intanto le diceva la sua mamma ad alta voce. La bimba allora abbandonò il balcone, andò in bagno a lavarsi le mani e poi si sedette a tavola. Era stordita quella sera per tutto ciò che le era successo, perciò, finita la cena, diede la buonanotte ai suoi genitori e si ritirò nella sua cameretta. Aveva appena finito d’indossare il suo pigiama, quando le sembrò di vedere un esserino, piccolo quanto la sua amata bambola Fiordalisa (così l’aveva chiamata), vestito tutto di verde, il pancino gonfio, le ali aperte e le orecchie a sventola: era il suo Tanù che, saltellando da un mobile all’altro, le diceva: – Allora Federica, ti aiuto io preparare le tue cose? Vedrai quanto sarà bello lassù, vedrai !–

Federica, stupita per questo arrivo improvviso del suo amico, non trovava parole, ma poi, ricordandosi dell’accordo preso, gli rispose: – Ma sarà domani sera che dovremo vederci! – Poi ebbe come un colpo di genio e proseguì: – Senti, facciamo così: di giorno faccio le cose di sempre, la sera quando mi ritiro nella mia stanzetta, vengo con te sulla luna e lì ci divertiremo insieme, sai, penso che i miei genitori in fondo mi vogliono bene e anch’io li amo, sebbene...– – Sì lo so, lo so...– intervenne il folletto, – quasi tutti i papà e le mamme oggi sono così: lavorano, lavorano e poi trascurano ciò che è più importante..., ma in fondo vogliono un gran bene ai loro figli! – Federica, mentre così discuteva con il suo immaginifico Tanù, si addormentò e cominciò a sognare, proseguendo le fantasie che già da sveglia avevano riempito il suo tempo. Con sua grande meraviglia, le sembrò che le crescessero a poco a poco, due alucce sulle spalle, poi queste cominciarono a svolazzare leggere e la sollevavano in alto verso il soffitto, allora il folletto le porse una mano, lei, stupita ed impaurita insieme, gli diede la sua e con la mano rimasta libera prese la sua bambola e tutti insieme volarono in alto, in alto verso la luna che sorridente li aspettava.

Appena allunarono, Federica restò stupefatta alla vista di tante piccole casette, tutte bianche e con il tettuccio rosso e tanta campagna tutta verde. Tanù allora suonò una trombetta e comparvero tantissimi folletti e, man mano che arrivavano, si davano la mano e formavano un cerchio sempre più grande intorno a lei e alla sua bambola, poi Tanù disse: – Diamo inizio alle danze! – E tutti allora cominciarono a ballare, a muoversi facendo passi di danza e con le braccia e le ali, movimenti che Federica non aveva mai visto. Poi si misero a giocare, a mosca cieca, a girotondo, a nascondino e in tanti altri modi, senza mai litigare, insomma era uno spasso. E cosa dire dei pasticcini, delle caramelle, che all’ora di merenda si trovavano qua e là sulle corolle dei fiori, o sui bordi delle fontane, dove scorreva e zampillava ora acqua, ora aranciata, ora succhi di frutta vari... E sì, era proprio una delizia e Federica si godette appieno quell’abbondanza di dolciumi, di gioia e di vita.

– Federica, sono Cettina....! Non ti vuoi alzare stamattina? I tuoi genitori sono andati già a lavorare – – Oh, ma è già mattina!? – Risponde Federica nel dormiveglia. – E sì è quasi l’ora di andare a scuola. – – Beh Tanù, devo tornare a casa adesso, ci vedremo questa sera. Ciao Tanù, ciao amici miei! – – Ma a chi saluti, si può sapere? Alzati piccola è tardi ! – La riprese con dolcezza la baby sitter. Federica si alzò e riprese a vivere la sua vita quotidiana, ma la sera, la sera.....! Era tutta un’altra storia.

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