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Il maggiore dei beni

L’esordio narrativo di Valeria Caravella rivela una grande abilità di analisi psicologica. La scrittrice penetra appieno nell’animo di Davide, giovane protagonista, che ama definirsi un “senza sesso, un puro”. Caduto nel “pozzo”, pregnante metafora nella quale si racchiude il condizionamento traumatico che vive, agogna la morte, l’aldilà, immaginato come luogo di pace e di spensieratezza, ma grazie alla sua docente-figlia riuscirà a morire e a rinascere attraverso la sublimazione della sua condizione androgina.

In posizione omodiegetica Davide si racconta e mescola ricordi, sensazioni, rancori e speranze, passato e presente, immaginazione e realtà in un flusso continuo, eppure attraverso questa poliedrica ed alternata narrazione, l’autrice riesce a creare un romanzo che è insieme psicologico e di formazione e che il lettore non può non qualificare nello stesso tempo drammatico, allettante e coerente.

Tre attributi che nel loro intento definitorio esigono una spiegazione: è drammatico per il trauma subito dal protagonista, per la vita nel pozzo, per la volontà di morte; è allettante perché , pur nella drammaticità degli eventi narrati, non mancano descrizioni e momenti pieni di leggerezza, anche ironica; è coerente perché tutto confluisce allo sviluppo narrativo e al lieto fine.

Il tema dell’androginia è già presente nella mitologia greca, basta ricordare Tiresia che trascorse sette anni in un corpo di donna, o Ermafrodito, figlio di Ermes e di Afrodite che nello stesso tempo partecipa della natura di entrambi i genitori, ma è il filosofo Platone che nel dialogo Il Simposio, sublima l’androgino, facendo sostenere ad Aristofane che esso rappresenta “la perfezione” e Davide, il protagonista del romanzo, la raggiunge attraverso l’uscita dal “pozzo” e la serena accettazione del suo modo di essere e della realtà che lo circonda, insomma si convince di possedere in fondo, come recita il titolo, “il maggiore dei beni”.

Anche in letteratura è un tema molto frequente, basta ricordare “Sarracine” di Balzac o, per arrivare al contemporaneo, “Archetipi” di G. Righi Riva, “Serotonina” di M. Houellebecq, etc… e l’esordio letterario di Valeria Caravella, s’inserisce a buon diritto nel novero della suddetta narrativa, infatti con uno stile che ad una lettura distratta del romanzo, può apparire frammentario, di fatto segue con realismo espressivo l’interiorità malata e sofferente, eppure viva del protagonista che, alla fine, riesce a ritrovare se stesso: “la voce non usciva dalla bocca e in quel momento di delusione della platea io ho sentito una profonda gioia, una profonda libertà, morivo finalmente….. Poi ho cominciato a cantare…. Mia figlia si è commossa… Mi prenderò cura di lei e vi giuro che vederla felice è una gioia che non se ne va. Così sono morto e sono risorto.

Recensione
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