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Il presepe vivente a Montemaggiore Belsito (Palermo)

Ormai da sei anni i miei compaesani realizzano il presepe vivente, così Montemaggiore da paese sonnolento e scettico, nel periodo natalizio si trasforma in un paese vivo ed entusiasta; anche le mura delle case sembrano animarsi e gli usci sorridere, quando si spalancano ed escono uomini, donne accompagnati dai loro animali per recarsi al “Palazzo” ed assumere antichi, nuovi ruoli.

Già, riprendono vita gli ancestrali mestieri agricolo-pastorali dei nostri padri,che sono ancora vivi nella memoria di tutti, ma che ormai sanno svolgere solo i più anziani, depositari di saperi antichi, di competenze e di comportamenti che sanno spesso di stoica saggezza.

Il corso Re Galantuomo si trasforma in un pullulare di esseri viventi: asini, muli, oche, galline, pecore, contadini, pastori, falegnami, lavandaie, ricamatrici, tutti diretti alla meta: il “Palazzo del Principe”, il cui atrio e annesso giardino, insieme ai corpi bassi che lo circondano si trasformano in uno stupendo scenario in cui trovano posto la natività e le attività agricolo-pastorali in un connubio apparentemente discrepante, soprattutto nell’ambito della dimensione temporale, ma in effetti intorno alla grotta si realizza un contesto senza tempo e senza spazio, che non stride affatto con la natività, ma con essa si armonizza, creando una suggestione di divina bellezza che sgorga dall’umiltà di un mondo che sta per finire e dal mistero della vita che nasce per immolarsi all’umanità.

La prima scena che si apre davanti ai miei occhi è la piazza del villaggio circondata da botteghe di ogni tipo; al centro il pozzo e la fontana con le oche, accanto “ la pila “della lavandaia che lava e stende i panni.

Per chi, come me, nell’infanzia ha vissuto quella dimensione, ritorna indietro nel tempo, rivive momenti, eventi, incontri che, chiusi nel fondo della memoria, emergono improvvisi, zampillanti di vita vera.

Rivedo i contadini che al tramonto tornavano in fila, stanchi, dondolanti sugli alti muli, ricoperti dalle ampie “testiere cerate”, unico sollievo alla persistente pioggia; rivedo mio nonno che “incelestrava” il grano, quando il giorno era ancora lontano; sento il gallo che cantava nel pollaio...

Un’amica mi chiama,d istoglie la memoria e con lei proseguo a visitare e a vedere: il falegname, il barbiere, le ricamatrici, il calzolaio, le panettiere, i pastori che preparano il formaggio… e poi, ecco l’aia con i muli “chi pisanu u furmentu”. «A pisa a pisa lò,oh,oh» gridava mio nonno scamiciato e grondante sudore, ai muli che con ritmo cadenzato giravano intorno.

Mi sorride il nonno e mi indica l’umile grande grotta, verso la quale tutto quel mondo antico confluisce in un abbraccio di sofferenza e d’amore.

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