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Il senso della vita nel tempo che va

La silloge, suddivisa in quattro sezioni, propone nel suo iter un percosso interiore in cui il poeta, dopo avere esplicato il valore della poesia nella sua esistenza (Inebriarsi) e rilevato il fluire costante del tempo e della vita nel trascorrere delle stagioni (Il ciclo vitale) si interroga su Il senso della vita nel tempo che va.

La tormentata ricerca dell’io di verità, d’infinito trova risposta in Dio, nella fede in Lui, in nome del quale l’umanità dovrebbe ripudiare l’odio, la guerra (Il giorno della memoria), amare la pace e gioire del la vita. Basta guerra! | Basta violenza!, sono questi i versi iniziali dell’ultima strofe della poesia Nassiriya con la quale il poeta chiude la silloge e con i quali esprime la sua dolorosa denuncia nei confronti della sofferenza e del male che l’umanità si auto-infligge e nello stesso tempo sollecita la speranza che tutto ciò possa prima o poi finire e si attui ciò che Dio vorrebbe per l’umanità: pace, amore, fratellanza. Il percosso descritto dunque propone un cammino che parte dall’io, dal bisogno personale di assoluto e di certezze e giunge al desiderio che l’intera umanità attui il disegno divino, a prescindere dalla religione di appartenenza. D’altronde, la natura che l’autore con il suo libero canto esalta con spirito francescano (“l’albeggiar del sole”…., lo stormir delle fronde …., le stelle nel cielo, preziosi topazi nell’infinito firmamento …., non può non condurre i pensieri “verso l’assoluto” (in La vita, pag. 29).

Ma il possesso della fede in Antonio Bicchieri non è un conseguimento senza travaglio interiore, come in Rebora è un “dubbio assillante”… “in ogni istante” che “solo nell’aldilà” “(Il dubbio, pag. 39), potrà avere scioglimento, quando l’io “riprende con la morte” il suo viaggio “verso l’eterno infinito” (L’eternità, pag. 38). La finitezza dell’io per cui “Traccia dopo traccia ” restano di noi | solo sbiaditi ricordi, | evanescenza del tempo (ibidem) porta il poeta ad un bivio (e, si sa, il bivio implica una scelta di cammino): considerare la nostra esistenza un obliterare il proprio biglietto | verso l’oblio o ravvivare “la speranza” (ibidem) dell’eternità . Il bisogno di assoluto scioglie i pur persistenti dubbi e diventa scelta, superamento della dicotomia tra precario ed eterno, tra malinconica coscienza memoriale che rievoca affetti e trascorrere di stagioni, e volo verso la luce e, soprattutto, giustificazione del proprio vivere ed impegno etico nei confronti dell’umanità.

Il travaglio interiore però non diventa stilisticamente immagine ardita, oscura, sintassi sconvolta, infatti lo stile di Antonio Bicchieri è piano, chiaro, fruibile per ogni tipologia di lettore, caratterizzato com’è da un lessico pregnante e nello stesso tempo comune, da una grammatica rispettosa delle norme morfo-sintattiche; uno stile che sussurra e dice e, solo raramente, quando il pathos trabocca incontenibile, grida. Tali modalità espressive sono frutto di una poetica che considera la poesia come vita: germogliar fai | la mia umana esistenza (La mia poesia, pag. 8) e che si propone di essere per il proprio lettore “essenziale e popolare” (ibidem), affinché possa attraverso la trasfigurazione poetica “la realtà accarezzare” (ibidem) e, soprattutto, sollecitare speranza e fede: ….. rigogliar | boccioli d’amore | in ogni cuore……..vessillo di fede | in umana solidarietà.

Recensione
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