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La Madre di Ungaretti e la Madre di Montale confronto
La figura materna tra cielo e terra

La figura materna è un topos della letteratura di ogni tempo e di ogni luogo, ma la costanza è solo tematica, perché le modalità propositive sia a livello tematico che stilistico, mutano non solo in base al contesto storico-culturale in cui gli artisti hanno vissuto ed operato, ma anche in base alla loro specifica individualità culturale e caratteriale.

Come altri poeti del Novecento, anche Ungaretti e Montale hanno proposto la figura della madre nella loro poesia e, per le ragioni suddette, ce ne danno una rappresentazione e ci descrivono un rapporto con lei e con la morte completamente antitetico. Nello specifico a rendere così diverse le poesie dei due autori dedicate alle rispettive madri è principalmente la religione: Ungaretti, dopo il periodo di riflessione trascorso nel monastero di Subiaco, trovò nella religione cattolica lo strumento per uscire dal male di vivere,dalla condizione di uomo di pena, per passare dal tragico del contingente, alla sublimità dell’assoluto, Montale invece, se si prescinde da una giovanile influenza di tematiche religiose, resta estraneo ad una riflessione esistenziale e metafisica sul Cristianesimo, pertanto il ricordo materno resta legato alla memoria terrena, senza quell’apertura trascendentale che invece è presente in Ungaretti.

Ma è attraverso l’analisi comparativa dei testi che le suddette differenze emergono meglio.

Il lutto spinge Ungaretti a riflettere sulla propria stessa morte che gli permetterà, visto che crede nella vita ultraterrena, di ricongiungersi alla madre, alla condizione d’innocenza che lei rappresenta, ma che egli non possiede, pertanto bisogna che lei invochi il perdono divino affinché tale ricongiungimento possa realizzarsi. E’ un estremo gesto di amore, che, proprio perché volto all’intercessione divina, non ammette terrene manifestazioni di affetti, infatti leggiamo nel testo “E solo quando m’avrà perdonato, | ti verrà desiderio di guardarmi“. Per concludere il rapporto madre-figlio, come anche il tema della morte vengono vagliati in una prospettiva religiosa, che pone in sottotraccia la terrestrità. Anche il ”ridarai la mano”, v. 4 e “l’avrai negli occhi un rapido sospiro”, v. 15 sono inseriti in una prospettiva religiosa che rimanda al dopo la dimensione umana della manifestazione affettiva e, non a caso, rende la madre “una statua davanti all’Eterno”, mantenendo la rigidità morale che la caratterizzava quando era in vita: “Come già ti vedevo | quando già eri in vita”, vv. 6,7. Anche la morte punta verso l’aldilà e non verso gli affetti terreni: ”Mio Dio eccomi”, v. 11, dice infatti la madre sul punto di morire e non, ad esempio, ”Figlio mio ti lascio”. Né è presente la dimensione dell’io sofferente per la morte della madre, poiché il poeta costruisce il componimento esclusivamente sull’ipotesi d’incontro con lei, che, in una sorta di triangolo amoroso, esercita la sua funzione mediatrice, quale condicio sine qua non per congiungersi affettivamente al figlio. Quanto detto, induce, secondo R. Luperini, a tentare anche una interpretazione psicanalitica: Dio proprio perché detentore della legge morale, presenta in sè i caratteri del padre, e l’io solo attraverso il suo perdono può aspirare a un contatto con la madre, ad una relazione edipica con lei, anche se questa non è da intendersi nella sua concretezza sessuale, ma nella forma sublimata e metafisica con cui viene proposta nell’ultimo distico:”Ricorderai d’avermi atteso tanto | e avrai negli occhi un rapido sospiro”.

Invece la madre è considerata da Montale nella sua materialità unica e irrepetibile.

E lei resta viva nella memoria del figlio non certo per via della religione, nella quale pur credeva, quanto per il ricordo di precisi gesti che la caratterizzavano. La madre riteneva che il corpo fosse un’ombra, l’aspetto esteriore di una realtà metafisica e che la morte fosse la via che porta alla vita eterna: “...se tu cedi come un’ombra la spoglia | ... chi ti proteggerà? vv. 5, 8. Ma la vita terrena non è per il poeta un’ombra, essa vale per se stessa e a livello memoriale è l’unica forma di sopravvivenza: “...due mani, un volto | quelle mani quel volto ... | ... | solo questo ti pone nell’eliso”, vv. 9, 10, 12, ossia nel paradiso memoriale di chi le ha voluto bene; anche nel secondo verso della poesia di Ungaretti, troviamo il termine ”ombra: ”E il cuore ... | avrà fatto cadere il muro d’ombra”, ma diversa è la valenza semantica che il poeta vi attribuisce: per Ungaretti è l’intero percorso della vita con i suoi possibili errori ad essere ombra che, come baluardo pietroso, impedisce l’ascesa a Dio. La sacralità nel testo di quest’ultimo si evince anche dall’iniziale maiuscola della parola Madre, v. 3 e appare perciò anche per tale motivo lontana dalla realtà terrena, tutta proiettata nel ruolo di “Santa mediatrice”. Il Simbolismo ermetico in cui si inserisce il poeta determina anche la soggettività emotiva e sentimentale, quasi patetica con la quale viene rappresentata la madre morta: “mi darai la mano”, v. 5; “Alzerai tremante le vecchie braccia”, v. 9.

Montale, invece, come si è già detto, resta sostanzialmente estraneo al Cristianesimo e, anche quando si avvicina a Dante, questi lo interessa non per la tematica religiosa della Divina commedia, quanto, attraverso la sollecitazione eliotiana, per la sua struttura allegorica, che gli consente di dare universalità oggettiva alla vicenda personale e di utilizzare stilemi, termini e concetti della religione cristiana in chiave completamente laica o, per meglio dire, per proporre una nuova religione: quella delle lettere; di conseguenza per il poeta è impossibile allontanarsi dalla concretezza terrena e, in occasione del primo anniversario della morte della madre, ne propone non solo una considerazione nella sua fisicità memoriale, ma la circonda anche di particolari concreti, di animali (le coturnici, i clivi vendemmiati del Musco...), inoltre il momento emozionale soggettivo scompare del tutto e la morte della madre diventa correlativo oggettivo di valori che la guerra (la lirica è del 1942), a cui si allude nei vv. 4 e 5 (...or che la lotta | dei viventi più infuria...), nega: il valore dei morti coincide con il recupero dell’infanzia, connotata anche a livello topico con il riferimento alle Cinque terre, al Mesco, luoghi della fanciullezza appunto, che la rielaborazione del lutto ripropone alla memoria insieme alla madre con “quel volto, quelle mani”.

La religione delle lettere a cui si alludeva prima, induce anche ad attenzionare l’aspetto stilistico-formale di "A mia Madre: la lirica fa parte di Finisterre, I sezione de La bufera ed altro.

E, come le altre liriche di tale sezione, si caratterizza per il monolinguismo e il monostilismo, prima di ricorrere a uno stile più mediato e realistico, a quel pluristilismo, anche di derivazione dantesca, che il tragico contesto storico imponeva. Finisterre, come sostiene nell’intervista immaginaria del ’46, “rappresenta la sua esperienza petrarchesca” che si esplica in un classicismo moderno dato dagli endecasillabi con numerose rime libere (ombra- sgombra, clivi-rivi, ...), dai vv. 7-8 a scalino e insieme costituenti un endecasillabo, dal lessico aulico e sostenuto (coro, clivo, eliso), dalla sintassi lineare che si espande strutturalmente in due periodi: la proposizione interrogativa che pone la domanda e occupa la prima strofa e l’incipit della seconda ed una assertiva che occupa la parte restante del componimento.

Altrettanto inseribile nel classicismo moderno è la lirica "La Madre" di Ungaretti che fa parte della raccolta Sentimento del tempo, silloge in cui l’autore, dopo la stagione più esclusivamente ermetica della raccolta L’Allegria, non solo mostra di avere ritrovato la dimensione dell’Eterno, ma anche la metrica e lo stile tradizionale, infatti la lirica è costituita da cinque strofe di endecasillabi e settenari e vi domina un linguaggio caratterizzato da ricercata semplicità evangelica; proprio per questo, esso diviene prezioso e sublime, caricandosi semanticamente attraverso un immediato analogismo, di significati metafisici (Madre, ombra,statua,...). Lo stesso vale per l’alternarsi dei tempi verbali, nell’ambito dei quali, il presente è rilegato nell’atto dello scrivere e il futuro (darai la mano, sarai una statua...) e il passato (ti vedeva, spirasti), possono coesistere solo se quest’ultimo si espande in una prospettiva morale e ultraterrena la cui possibilità di essere è strettamente legata al perdono divino.

Insomma, siamo di fronte ad una libertà analogica che si impreziosisce anche per Ungaretti di tradizione petrarchesca.

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