Servizi
Contatti

Eventi


La monaca di Monza

La storia della Monaca di Monza è un esempio eclatante della condizione di sottomissione in cui la donna è sempre vissuta e della violenza che in ogni contesto ha subito, se si prescinde dalla preistoria, dagli Etruschi, presso i quali le donne avevano una posizione di rilievo, o da sporadici gruppi tribali tuttora esistenti, quali i Tuareg. Moltissimi conosciamo la storia di Gertrude, la monaca di Monza, grazie ad Alessandro Manzoni che nei capitoli IX E X dei Promessi Sposi, racconta la sua drammatica vicenda. Questa trova la sua matrice nell’istituto feudale del maggiorasco, secondo il quale l’intero patrimonio familiare passava al figlio primogenito e perciò il padre-padrone non esitava a sacrificare i figli minori, costringendoli a seguire strade da lui prestabilite. Una norma severa, rigida che sacrificava tante giovani vite, che talvolta, poi, la disperazione induceva a trasformarsi da vittime in carnefici, come la nostra Monaca di Monza, la cui vicenda, dopo l’incipit della sua relazione con Egidio, Manzoni sostanzialmente enuclea in quella famosa frase: “La sventurata rispose”, lasciando all’immaginazione del lettore lo svolgersi degli eventi connessi alla relazione di Suor Virginia Maria di Leyva, con il signorotto Gian Paolo Osio (questi sono i loro veri nomi), la cui dimora, complice involontaria, sorgeva attigua al convento.

La dimensione morale in cui il personaggio si aggirava, appare a Manzoni, “un’immensa insidia”, sostiene S. Battaglia in Mitografia del personaggio, “una psicologia proibita che ispirava alla sua coscienza di cattolico, un atteggiamento di attrazione e insieme di repulsa” che lo induce ad eliminare gli elementi eccessivamente morbosi e ad enucleare la satanica vicenda di amore, sesso e delitti che accompagnò la vita della Signora, come veniva da tutti chiamata, con quella frase di ascendenza dantesca, nota il Sapegno, che rileva come analoghe espressioni sono presenti nella Divina Commedia, riferendosi in particolare a tre figure femminili: Francesca da Rimini (C.V, Inferno), Pia dei Tolomei (C.V Purgatorio) e Piccarda Donati (C. III Paradiso), tutte coinvolte in vicende di amore e morte.

Orbene, Alessia D’Annibale, che per realizzare la sua tesi di laurea su suor Virginia ha letto e studiato tanti documenti dell’epoca, non lascia alla fantasia immaginifica questa relazione amorosa, ma rielaborando e rivivendo stati d’animo ed emozioni, la ripropone con realismo e senza remore etico-religiose, insieme al prima e al poi della vita della monaca in questo affascinante e conturbante diario. L’autrice nella sua nota finale mette in evidenza come Manzoni nello scrivere la storia della suora si attenga alle Historiae patriae di Ripamonti e alla Vita di Federico Borromeo di Francesco Rivola, pertanto non conosce gli atti del processo che avrà nelle sue mani solo in occasione della preparazione dell’edizione del 1840, tuttavia, nonostante le numerose differenze tra la storia riportata dagli atti suddetti e quella del Ripamonti, Manzoni decide di non cambiare il suo romanzo.

La decisione manzoniana, come si evince anche dalla nota finale dell’autrice, è importante perché mette ancora una volta in evidenza la differenza tra storia e letteratura, che, pur fondandosi talvolta sulla storia non è storia ma vita, termine che ha una valenza semantica ben più ampia e profonda perché investe anche i moti interiori dell’io, la sua fantasia, le sue emozioni, la sua creatività, insomma il suo sentire. Orbene, non è un caso che Alessia D’Annibale nel suo diario, sempre nella nota di cui si è detto, ritiene necessario distinguere ciò che è storico, di cui dà ampia relazione anche e soprattutto nella sua tesi di laurea, da ciò che non lo è, proprio perché nel diario vuole andare oltre, sente l’urgenza di proporre “la vita” di Suor Virginia, quella vita che la scrittrice man mano che viene a conoscenza degli atti storici, immagina e rivive nel suo profondo e, non potendo affidare tutto ciò alla tesi, si serve di una forma letteraria: il diario, ove pensieri, sentimenti, angosce e turbamenti della monaca, nonché i suoi tentativi di trovare comunque un equilibrio, rivivono in tutta la loro autenticità, quali Alessia nella sua immedesimazione, ha saputo rivivere con abilità eccezionale e ritrasmettere al lettore insieme agli eventi storici che hanno determinato o agli eventi storici che hanno subito. Parlando di diario, pensiamo subito ad un testo espressivo-emotivo, di carattere privato, ma non mancano gli esempi di romanzi diaristici e, per restare nell’ambito delle monacazioni forzate, basta ricordare “ La suora giovane” di Giovanni Arpino.

La nostra scrittrice, adotta tale sottogenere narrativo e indossato “l’abito” della monaca di Monza ci conduce, pagina dopo pagina, giorno dopo giorno, nel percosso interiore di una donna socialmente potente e temuta e, in contemporanea, nel privato, debole e lottatrice, violentata e violentatrice, vittima e carnefice. Pur non proponendo in modo analitico il contenuto del diario, sicuramente bisogna enuclearne alcuni momenti per fare emergere come Marianna (questo è il suo nome prima della monacazione) sia una vittima del contesto socio-politico dell’epoca, il Seicento, nonostante abbia lottato con tutte le sue forze per realizzare la sua felicità, servendosi del suo potere e sino ad essere fautrice di delitti orrendi. La madre, Virginia, della quale Marianna da suora prenderà il nome, muore di peste, quando lei ha solo otto mesi. La zia che durante l’infanzia l’accudisce, non perde occasione per dirle che se sua madre “non l’avesse partorita non si sarebbe ammalata”, quindi il fatto stesso di essere nata viene percepito dalla bimba come una colpa.

A Marianna non è consentito neanche di affacciarsi e tanto meno di frequentare altri bimbi con cui giocare: la solitudine più tetra accompagna i suoi giorni  La zia, presto si ammala e muore. Adesso la povera bimba è realmente sola, né l’arrivo dalla Spagna del padre con la nuova moglie dalla quale avrà altri quattro figli, rappresenta per lei un evento positivo, ma l’incipit di un terribile dramma : diventare monaca per forza, ma con l’abbaglio del potere, visto che avrebbe potuto esercitare il potere feudale al posto del padre e soprattutto con l’inganno, poiché il padre le ha detto che sarebbe entrata in convento per completare la sua educazione e la decisione della monacazione sarebbe spettata a lei, che, ingannata, accetta, nel desiderio di non deludere il padre che invece firma la sua dannazione.

Ma alla prostrazione succede l’orgoglio, derivato dal rispetto e dalla devozione di cui sui sente circondata, e poi anche la malinconia, dettata dal perenne ricordo della madre. Anche l’invidia e l’odio trovano posto nel guazzabuglio del suo cuore, soprattutto quando da maestra delle educande riflette su ciò che le sarà proibito e loro invece avranno. Ma presto a consolarla ci sarà Osio, Gianpaolo Osio, l’Egidio manzoniano di cui, bramosa d’amore, perdutamente s’innamora, dando inizio al suo drammatico e dannato inferno- paradisiaco. L’ossimoro adoperato trova giustificazione nel contenuto delle pagine successive del diario che la descrivono perdutamente innamorata e poi o per gelosia o per timore che si espanda la voce intorno alla sua tresca, complice o fautrice di delitti, quali quello di Suor Caterina. Gioia e paura, amore e tristezza accompagnano anche la sua duplice maternità: un bimbo nato morto e una bimba che crescerà nelle mani di Osio e di sua madre e di cui, haimè, poi perderà le tracce e non saprà più nulla.

Ma gli scandali sono come foglie al vento che si diffondono ovunque: gli orrendi eventi accaduti nel monastero di Santa Margherita escono presto dalle sue mura ed inevitabilmente anche le autorità civili e religiose interverranno e il processo che ne seguirà si concluderà con una condanna terribile per lei e le consorelle complici: essere murata viva. Il processo e la condanna tuttavia non distruggono la sua forte tempra fisica e, liberata grazie all’intervento del Cardinale Federico Borromeo, potrà espiare la sua colpa dedicando il resto dei suoi giorni a compiere opere di bene.

Lo stile del diario è scorrevole, chiaro: uso appropriato e corretto rispettivamente del lessico e della morfosintassi confluiscono a rendere gradevole la lettura del testo che di per sé propone una storia sempre avvincente, pur nella sua notorietà, anche perché Alessia D’Annibale focalizza, come si è già detto, tutti i risvolti emotivi e sentimentali delle violenze subite o da lei perpetrate nei confronti di altri. Alessia non lascia nulla alla fantasia del lettore, non per sfrontatezza o perché si adegua all’evoluzione dei tempi per cui certi argomenti non sono più tabù per la letteratura, ma perché l’immedesimazione è talmente profonda, la vicenda così profondamente rivissuta che non può esimersi dall’esporre fatti e pensieri, emozioni ed azioni.

Autrice e narratrice non coincidono, come è ovvio che accada in un diario, la narratrice omodiegetica è Suor Virginia, di cui Alessia, (la nostra autrice, ribadiamo ancora una volta, ha focalizzato la pluralità di stati d’animo ed emozioni che esplica e propone insieme alla diegesi. Noi siamo abituati a considerare il diario come pagine private, in cui giorno dopo giorno annotiamo eventi, stati d’animo che accompagnano la nostra vita privata, attribuendo ad essi la rilevanza e la valenza che essi hanno avuto per noi. Il diario di Alessia D’Annibale sulla Monaca di Monza è invece un diario letterario,destinato alla pubblicazione e, proprio per questo, al suo interno presenta movenze narrative, tipiche del romanzo, come il frequente ricorso a sequenze dialogiche e una fabula in cui gli eventi narrati, pur coincidendo in genere con l’intreccio, sono interrotte da frequentissime sequenze riflessive.

Il tema della monacazione forzata è un topos della letteratura europea e, a tal proposito, se prescindiamo dai Promessi sposi a cui abbiamo fatto frequente riferimento, già nel Seicento il tema era presente nell’opera autobiografica di Arcangela Tarabotti, “Inferno monacale e tirannide” (1605-1652), nelle popolari“Lettere di una monaca portoghese”di Marianna Alcoforado del 1669, e poi in epoca illuminista, in“ La Religieuse” di Denis Diderot, nota anche al Manzoni, tra Ottocento e Novecento, in “La storia di una capinera” di Giovanni Verga e per concludere nel Novecento,oltrechè nel già citato romanzo di Giovanni Arpino, in ”Le lettere di una novizia” di Guido Piovene. Orbene, per quanto suddetto,l’opera di Alessia D’Annibale s’inserisce a buon diritto nel novero della suddetta produzione letteraria, considerata l’abilità con cui ha saputo focalizzare ed esternare ai lettori la costrizione e la violenza che per tanti motivi, sicuramente diversi dalla monacazione forzata, ancora oggi molte donne subiscono.

Recensione
Literary © 1997-2024 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza