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La lettura dell’opera di M. Lorena Balistreri, La realtà nell’illusione è stata veloce e facile: lo stile semplice, chiaro, scorrevole facilita l”approccio alla lettura e induce a focalizzare subito le tematiche proposte. Ma un’adeguata decodificazione delle riflessioni a cui il testo ci ha indotto, esige in primis l’esposizione del contenuto.

Gaia desiderosa di evasione, in un assolato pomeriggio esce senza una meta con il suo amato, vecchio motore. La vista del mare la induce a recarsi sulla spiaggia; seduta su uno scoglio si immerge nei pensieri.

Pensa al suo futuro, alla voglia di indipendenza, alle difficoltà in cui si imbattono i giovani per trovare lavoro, poi vede una mamma che gioca in riva al mare con la sua bimba e ciò la induce a riflettere in genere sui rapporti genitori-figli e, in particolare, intorno ai suoi personali rapporti con la sua famiglia e, a tal riguardo, lei ha scelto di non restare “cucciolo protetto“ ma di essere libera perché l”essere protetta le dava insicurezza.

Ed a forza di raccontarsi ed ascoltarsi è riuscita a maturare e capire che è bello ricevere amore, ma ancora più bello darlo ed è per questo che vorrebbe adottare un bambino di colore.

Questo pensiero la induce a denunziare la condizione degli immigrati, lo sfruttamento dei minori, azione criminosa quest’ultima così orribile che non può fare a meno di accompagnare il pensiero con un atto, su cui scarica tutta la sua rabbia: stringe in mano dei sassolini e li butta in mare, mentre il suo pensiero corre dietro alla stoica morale senecana “pensa che costui che tu chiami schiavo è della tua stessa natura”. Ma un’improvvisa telefona della madre è l’occasione per indurla a riflettere sulle nuove modalità di comunicazione informatica, sull’importanza della scrittura, sull’uso sconsiderato che ne fanno i giovani per conoscersi e farsi conoscere (sebbene per lei è spesso un’utopia farsi capire da altri), sul ruolo che questa ha avuto nel passato, ma anche oggi ha per dire all’altro ti amo.

La parola amore, a sua volta, porta Gaia a riflettere sulle false modalità con cui lo vivono i giovani di oggi, riducendolo spesso alla sessualità, ma una forma di amore è per Gaia anche l’amicizia e tale argomento la induce a ricordare Stella, una sua vecchia amica che non può fare a meno del gregge, del branco di amici da cui desidera essere presa in considerazione.

Ma il branco si fonda sulla falsa amicizia e l’esigenza di essere accettata, nasce dalla solitudine e questa spesso si trasforma in suicidio. Intanto la vista di un gruppo di ragazzi che sta picchiando, deridendolo, un altro ragazzo, la induce a lasciare i suoi pensieri e ad accorrere per capire: il ragazzo viene picchiato perché diverso. Tutto ciò la induce a pensare al bullismo a scuola, a mettere i discussione la scuola stessa.

Ormai è quasi sera, i pescatori tirano in mare i loro pescherecci e il rumore del mare la induce a riflettere sull’ importanza dell’acqua per l’uomo, sulla inefficiente rete di distribuzione presente nella nostra Sicilia e considera veramente vergognoso che ci sia tanto spreco, quando nel sud del mondo si muore di sete. Ma questo come gli altri problemi Gaia è libera di pensarli non di risolverli.

Il contenuto rivela come la giovane scrittrice abbia chiara la consapevolezza dei molti problemi che affliggono la nostra società e, in particolare, il mondo adolescenziale. Lei, per adoperare il gergo dei giovani ce li “spara addosso”con una lucidità incredibile, con una voglia di denuncia che è impensabile in una ragazza.

Il lettore resta sicuramente coinvolto in questa caleidoscopica esplosione in cui l’io parlando di sé, allarga il suo sguardo sul mondo. Gaia è matura, è saggia, la sua scelta di “non restare cucciolo”, di guardare dentro il mondo l’ha resa libera e consapevole.

E tale libertà la rivela anche nell’avere scritto questo racconto lungo, il cui titolo La realtà nell’illusione è sicuramente il sintagma-chiave per farci comprendere come Gaia, alter-ego di M. Lorena Balistreri, vorrebbe che fosse il mondo; lei ci denuncia il mondo com’è, ma il lettore appena avrà finito di leggere il libro, saprà come dovrebbe essere.

M. Lorena di fronte “al male di vivere”, volendo citare Montale, non ci propone né l’indifferenza di quest’ultimo, né la chiusura ironica e distaccata nel quotidiano, come suggerisce il crepuscolare Gozzano, o tanto meno l’afasia del labirintico non senso della Neo-avanguardia e del Post-moderno, ma l’impegno, l’acquisizione di consapevolezza perché ognuno di noi lotti per un mondo migliore.

Volendo definire il genere letterario in cui inserire quest’opera della Balistreri ci siano trovati in difficoltà, ma alla fine si è ritenuta adeguata la definizione di racconto lungo, in cui l’azione, pur ridotta in forma minimale, fa da cornice a pagine saggistiche, diaristiche e forse anche pamphlettistiche nello stesso tempo.

Infatti la scrittrice parte da una pagina di diario e ritorna al diario nelle pagine successive del racconto, ogni qual volta parla di sé, del suo processo di crescita, del suo porsi di fronte alla realtà, ma argomenta come in un saggio, ogni qual volta denuncia i mali del nostro mondo e assume il tono polemico del pamphlet, quando le tematiche poste riguardano i giovani.

La narratrice si pone in posizione eterodiegetica, infatti racconta di Gaia in terza persona, ma la focalizzazione interna è costante, sicché s’intuisce subito che il rapporto tra protagonista e narratrice è molto stretto: M. Lorena è l’alter-ego di Gaia e ciò giustifica non solo il carattere diaristico dell’opera, nonostante l’assenza del narratore omodiegetico, ma anche il particolare flusso di riflessioni che, generato da occasionali pensieri o eventi, quali la sosta sulla spiaggia, la madre che gioca con il bimbo, etc.,collega passato personale e presente collettivo in un andirivieni che non possiamo considerare come dei normali flashbach, poiché il passato talvolta condiziona le considerazioni sul presente e quest’ultimo è quale esso diviene attraverso il vissuto che Gaia porta in sé e la fa essere la ragazza volitiva e consapevole quale lei è diventata.

Il tempo è dunque, alla maniera di Bergson, proposto come durata, mentre lo spazio oscilla tra il limite fisico del motore e dello scoglio sul quale si siede e l’ebbrezza immensa dell’infinito, suggerita all’inizio”dal motorio lanciato verso l’ignoto” e alla fine, come in itinere, dalla vista del mare: ”sentire il rumore delle onde”, “sentire i pesci che nuotano e scappano…, questa è la vera meraviglia, la vera meraviglia è l’acqua in sé”.

L’acqua è un topos letterario, emblema di purificazione, di salvezza e Gaia la considera tale, quando esprime la speranza “che un giorno forse qualcosa o qualcuno fornirà le tanto desiderate risposte”.

Pensieri su pensieri dunque, riflessioni su riflessioni, che si susseguono come la risacca del mare.

Ciò mi induce a ricordare il flusso di coscienza dell’Ulisse di Joyce, però, a dire il vero, forse qui è più opportuno parlare di flusso di riflessioni. Svevo in occasione di una conferenza su Joyce nel 1927, affermò che Bloom, il protagonista dell’Ulisse,è come se “avesse il teschio scoperchiato”, ma Gaia non ha il teschio scoperchiato, sebbene è vero che i suoi pensieri, come nel romanzo suddetto, nascono uno dall’altro,con una tecnica ad incastro direi, da occasioni, da fatti fortuiti, da pensieri precedenti, tuttavia la registrazione delle sue riflessioni è mediata dalla narratrice che continuamente ci dice:”Gaia pensa che..., Gaia dice che…, etc…” quindi non sono registrati nella loro immediatezza soggettiva, in prima persona, per cui si viene a creare una distinzione netta tra la narratrice e la protagonista di cui viene riferito il fluido e magmatico divenire di pensieri.

Ma è qui la novità: la narratrice esterna nell’opera della Balistreri è l’alter-ego di Gaia con la quale si confonde e della quale pertanto non ha difficoltà a riproporre in modo indiretto, cioè alla terza persona, il flusso di “coscienza-pensiero”. Già, perché trattasi di coscienza, trasformato in pensiero, attraverso la focalizzazione interna.

E il narratore, proprio perché eterodiegetico, domina razionalmente la materia. Da qui il carattere ordinato delle sequenze, il controllo logico della sintassi, la uniformità del registro linguistico, che oserei definire colloquiale-borghese.

In questo viaggio lucido nel mondo contemporaneo, Gaia,come in un processo di iniziazione, ci fa conoscere le “peripezie”, per adoperare il linguaggio di Propp, che l’umanità deve affrontare e risolvere per vivere la condizione perenne di lieto fine:”e vissero tutti felici e contenti.”

Recensione
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