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La resistenza del maschio
            Il maschio che rifiuta la paternità

La resistenza del maschio a chi, a che cosa? Alla paternità, quella legale, riconosciuta: avere figli significa normalità di vita, significa vincolo, avvilimento in quotidiane, banali incombenze, ma soprattutto implica la limitazione del maschio che considera l’amore vissuto dall’uomo, esclusivamente quale esplicazione di attrazione fisica, sensuale e di conseguente sessualità libera da qualsiasi vincolo frenante e reprimente.

Non solo: il personale successo professionale che l’uomo deve perseguire, risulterebbe anch’esso bloccato, tra montagne di pannolini e biberon da lavare. Siamo di fronte ad un pirandelliano, drammatico sdoppiamento dell’io: l’uomo e il maschio che però non si conclude con un “Così è, se vi pare” infatti il maschio per non rinunziare ad essere tale, cerca un compromesso che gli consenta di vivere appieno, senza responsabilità, la sua mascolinità e di essere nello stesso tempo uomo, il cui cuore sa palpitare per una donna, uomo che sa incantare i suoi allievi, il suo pubblico, con le sue relazioni, che sa essere professore e conferenziere di successo quale egli di fatto era diventato.

Innanzitutto divorzia dalla moglie, che si ostina quasi in modo ossessivo a chiedergli di “fare un figlio“, a volerlo condannare alla paternità, poi ricorre alla vasectomia al fine di liberarsi da quel limite orrendo che la paternità legale implica. Già, è solo quest’ultima che il maschio rifiuta, tant’è che l’amico medico a cui si rivolge per raggiungere il suo obbiettivo, gli chiede una donazione di spermatozoi, prima di procedere e né il maschio, né l’uomo si sottraggono a tale richiesta perché la donazione è anonima e, in quanto tale, visto che non implica ufficiali incombenze parentali, non è neppure la prima volta che la consente.

Una notte assiste ad un incidente stradale e la donna che ne è vittima, per fortuna sopravvissuta, diventa per l’uomo un amore che, grazie alla vasectomia, gratifica l’uomo e il maschio, annullandone lo sdoppiamento e consentendogli di praticare il pensiero negativo che lo caratterizza. 1) “Non il bene ma l’amore”, 2) “Non la tristezza ma il dolore”(c.50,pag.204); ...1) “Non voglio obblighi, solo piacere”, 2) Non voglio più farmi carico di nessuno (c.54, pag.217). Parallelamente alla storia dell’uomo si svolge un dialogo fra tre donne nella sala d’attesa di un centro medico polifunzionale, ma non sono donne qualsiasi, senza che lo sappiano, sono tre donne del stesso uomo, il nostro uomo, del quale, attraverso il loro dialogo, emerge il ritratto, il personaggio: quella del maschio che resiste e che trova l’emblema del suo modo di essere nella negazione. Dalla loro discussione emerge che Chiara è la ragazza dell’incidente (effe, come l’uomo la chiama nei frequentissimi sms), Marta è sua moglie, Silvana,un’altra sua donna.

Il medico tarda e l’allungarsi dell’attesa diventa foriera di colorati tasselli che confluiscono a formare il mosaico del nostro uomo, Marco o Emme, come lo chiama Chiara nella loro comunicazione telefonica. Il dialogo delle pazienti funge da commento e rielaborazione di ciò che l’autrice, da narratrice esterna onnisciente, racconta con fluidità linguistica, intorno all’uomo. Si viene così a creare una struttura narrativa complessa, una sorta di racconto nel racconto, dei quali il primo racconta la vicenda, il secondo la commenta e ne trae le conclusioni: una nuova lussuria, un erotismo fine a se stesso, un amore senza frutto, un amore che non è più un donare, ma un avere, un prendere e un negare.

Recensione
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